IL CORO “SERGIO SERINA” IN TRASFERTA A MONTE CREMASCO – Angelo Nocent

Oggi, 6 Gennaio 2019, il Coro “DON SERGIO SERINA” di Scannabue, ha allietato la Liturgia Eucaristica dell’EPIFANIA nella parrocchia di Monte Cremasco. Ho avuto modo di ascoltarlo per la prima volta e CONDUTTORE ed ESECUTURI  meritano il plauso e l’incoraggiamento. Una fortuna di cui dispongono poche parrocchie.

Hanno eseguito a più voci le parti fisse della Messa ed i canti natalizi tradizionali con un rigoroso sottofondo musicale, armonioso e senza sbavature: un tutt’uno “SOLI DEO GLORIA” , che all’unità delle voci ha saputo trasfondere l’UNITA’ DEI CUORI. Nel giorno dell’Epifania, verrebbe da dire: luce da LUCE,

“La vera gioia nasce dalla luce

che splende viva in un cuore puro.

la verità sostiene la sua fiamma,

perciò non teme ombra né menzogna,

la vera gioia libera il tuo cuore

ti rende canto nella libertà” (M. Frisina)

https://youtu.be/vhEE9lNchfQ

L’EPIFANIA E’ QUESTIONE DI OCCHI

«Forse potremmo dire che l’Epifania è una questione di occhi, di occhi che guardano lontano: “Alza gli occhi intorno e guarda”, di occhi che intravedono nel buio: “Abbiamo visto una stella e siamo venuti”, di occhi che – perdonate il bisticcio delle parole – vedono più di quello che vedono: adorano un bambino. Occhi dilatati, occhi smisurati, occhi profondi.

Per questo, proprio per non restringere l’orizzonte della visione, vorrei lasciare agli esegeti, ai critici, il compito di segnalarci dove passa il confine tra storia e leggenda in questo racconto di Matteo, e di indagare se il racconto è o non è un’interpretazione della nascita di Gesù a partire dall’evento finale, quello della risurrezione.

A noi interessa forse di più cogliere alcuni messaggi nascosti sotto i simboli che fanno il racconto.

Un primo messaggio è in questa parola che evoca lontananza, paesi sconosciuti, non visitati, l’Oriente: “Giunsero da Oriente”. Non sappiamo quanti erano, ma sappiamo da dove venivano: da Oriente. Ma è una indicazione che lascia un senso di mistero. Terre lontane, terre a noi sconosciute, terre da noi non visitate. Ma visitate da una stella: “Abbiamo visto sorgere una stella”. Come è bello pensare a queste stelle che sorgono nelle notti più lontane, nelle notti più profonde. E mettono uomini e donne in cammino: lunghi cammini.

Noi pretendiamo di portare subito la gente davanti alla grotta. Ma ci sono lunghi cammini. E poi lo sbaglio è che pretendiamo di essere noi – o se non noi, la chiesa – la stella. La stella – potremmo dire – è lo Spirito di Dio.

“C’è” – scriveva il Cardinale Carlo Maria Martini in una lettera pastorale – “c’è e sta operando. Arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro” (“Tre racconti dello Spirito”, pag. 11).

Come è bello pensare che tante stelle nascoste ci sono nei cieli più lontani, nelle culture più lontane, nelle religioni più lontane, nei paesi più lontani. E dietro quelle stelle uomini e donne in cammino.

E forse luoghi della notte e delle stelle non sono solo i paesi e le città delle nostre cartine geografiche, ma sono anche i cuori. Notti segrete e bagliori improvvisi avvengono nei cuori. Stelle che si accendono dentro i sogni, dentro i desideri, dentro i trasalimenti. E tu hai una percezione, come un segnale. E senti di doverti mettere in cammino.

Avviene anche che chi ti vede partire – uomo del realismo – ti guardi con occhi sospetti: “Ma come! Tu credi a queste percezioni, tu credi a queste corrispondenze con il tuo desiderio, con il tuo sogno?”.

Pensate, se non fossero partiti i Magi! Andiamo adagio a cancellare i sogni, il pericolo è di cancellare le stelle. Andiamo adagio a squalificare i desideri, il pericolo è di squalificare il grembo delle stelle.

Quelli che vedono partire i Magi e fanno dell’ironia, assomigliano a quelli dell’apparato, che li vedono arrivare a Gerusalemme. Consultano… ma non credono più di tanto! Sono loro i padroni delle stelle, sono loro a seminarle sul cammino, loro le guide. Chissà che ironia avranno fatto su quei Magi, gente strana ed esaltata: “Figuriamoci se non lo sappiamo noi!”. È la gente che cancella i sogni, ironizza sui desideri, spegne i sussulti delle coscienze, spegne l’immaginazione. Loro non si lasciano andare.

Certo che non è un cammino facile star dietro le stelle, star dietro gli inviti segreti dello Spirito. A volte sembra proprio di non vedere più nulla. E c’è subito qualcuno pronto a dire: “Hai visto? Ecco dove sono arrivati l’uomo e la donna dei sogni, l’uomo e la donna della poesia, l’uomo e la donna del cuore!”.

Ebbene, sii fedele! La stella riappare. È una questione di occhi, di occhi che intuiscono l’invisibile, occhi che vedono le cose nascoste, occhi che scorgono tracce segrete, le tracce di Dio.

Certo gli uomini del realismo, del freddo e pragmatico realismo, avrebbero fatto chissà quale ironia se avessero visto i Magi davanti a quella casa di poveri, a Betlemme. “Ecco l’uomo dei sogni” – avrebbero detto – “ecco l’uomo delle stelle. Ecco l’uomo che cerca l’Infinito. Guardate, adorano un bambino”.

Gli uomini del realismo hanno occhi e non vedono. L’Epifania è proprio una questione di occhi.

È vedere l’infinito in un bambino».

don Angelo Casati

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LA MADONNA DELLE ASSI MANDA A DIRE – Angelo Nocent

LA MADONNA DELLE ASSI MANDA

A DIRE…

di Angelo Nocent

 

Sì, avete capito bene: Maria, “Stella della nuova evangelizzazione” (Papa Francesco), manda a dire che la nostra Chiesa locale non è fatta di vagabondi senza meta ma può ritrovare entusiasmo e forza di camminare, partendo da una certezza: che il proprio cammino è diretto verso qualcuno che chiama, sostiene, incita attende, accoglie… e che promette: “Sappiate che io sarò sempre con voi” (Mt 28,16-20). La “Rosa mistica” delle Assi sa che il nostro sordomutismo spiritale è paralizzante. Così, alzàti gli occhi al cielo, ci ripete: “Effathà-Apriti!” (Mc 7,31-37). E c’indirizza l’energico imperativo che era di Gesù: “Alzati e Cammina!” (Mt 9, 1-8) .

La silenziosa Vergine dell’ascolto, da secoli stella polare dei nostri paesi, a donne e uomini di oggi chiede l’unico regalo che la rende felice: essere comunità di fratelli in tensione verso il Regno di Dio. Ma sa che siamo malati di sfiducia, che soffriamo di astenia spirituale, conosce l’infermità in tutta la sua estensione, spesso prigionieri di noi stessi. Come Elisabetta in un momento critico ha incoraggiato Maria a credere (ed è nato il Magnificat), adesso Maria incoraggia noi a fidarci di Dio proprio quando è forte la tentazione di mollare. E ci sprona a dirlo con le nostre parole: “Signore, tu conosci la mia situazione. Ho bisogno del tuo aiuto per riprendere coraggio e ricominciare a camminare. Guariscimi con i Sacramenti della purificazione e con la potenza della tua Parola.”. Se riusciamo a pregare così, il miracolo è in corso.

Da qui una proposta concreta che non è “visionaria” ma solo provocazione evangelica: sotto pressione come siamo dalla disaffezione e da quel “non più di tanto” per le cose di Dio, perché non dare vita a un movimento contagioso di “Rosarianti”. Sì, persone di ogni età che ad un certo momento sentono il bisogno di curarsi per guarire dall’apatia spirituale di rassegnati al tirar a campare. Come? Con la “ROSARIO-TERAPIA”, antica e testata medicina anallergica per grandi e piccini, da assumere a dosi moderate. Ha effetti collaterali? Sì: curando noi stessi, ne beneficiano coloro che ci stanno intorno: famiglia, lavoro, comunità ecclesiale…

Caspita! Perché non provare? Non so quale confidenza abbiano i bambini ed i nostri ragazzi con la tradizionale preghiera. Forse assomigliano a Stefano che davanti alla corona del rosario posta sul suo tavolino, nell’aula di catechismo, esclama con tono distaccato e sostenuto “Roba da donne!”. E la catechista a spiegare: “E’ per le vostre mamme, ma serve per tutta la famiglia”. Pronta la reazione; “Mia mamma non porta collane perché ha paura di strozzarsi”. E lei a chiarire  che non si tratta di una collana, ma di una corona del rosario, che all’inizio di ogni ciclo di catechismo lei regala alle mamme per la festa dell’Immacolata. “Ah, si, mia nonna ha un rosario davanti a casa, in montagna. A maggio fa delle rose gialle...” interviene Matteo. Brrr…! E giù a spiegare la differenza fra un roseto e il rosario…

I Rosarianti, meglio Quelli del Magnificat”, erano in voga nei lontani anni cinquanta in qualche oratorio salesiano. Ma anche prima. Gruppi di quindici bambini/ragazzi venivano invitati a recitare ogni giorno una decina del rosario. Facile? Per niente: c’era chi diceva che dieci Ave Maria sembravano troppe; chi proponeva di ridurle a tre. Oggi non so immaginare la reazione ma con tatto e fantasia, si potrebbe provare.

TESTIMONIANZA 1 – «Robert, hai il Rosario con te?» Molte volte da bambino aveva sentito questa domanda, uscendo di casa per andare a scuola. La domanda della madre risuonò più tardi nella memoria dell’adulto. Divenuto deputato, ministro, capo del Governo, Robert Schuman  padre dell’Europa, è stato sin dalla sua infanzia fedele alla preghiera del Rosario. Non poteva più cominciare una giornata senza quella corona di grani luminosi che collega la terra al cielo. E lo sgranava ogni giorno. Il tono mariano della sua devozione gli veniva da sua madre.

Che siamo un popolo in cammino ogni tanto lo cantiamo in chiesa. Paolo ci ricorda che non avendo quaggiù “una città stabile, andiamo in cerca di quella futura” (Eb 13,14). Il nostro percorso, sulle orme di chi ci ha preceduti, passa anche dal Santuario delle Assi. Vigilanti nell’attesa, pellegrini nel deserto, esso rappresenta un legame con il passato, è punto di riferimento, oasi per prendere fiato, crescere in vigore. Compagni di viaggio, senza inutili nostalgie del passato, i piedi doloranti per la fatica del camminare, se non vogliamo smarrirci, si deve puntare alla meta, la Gerusalemme Celeste, “dove scompariranno le lacrime, non ci sarà più morte né lutto né lamento ne affanno perché le cose di prima sono passate. (Ap21,4 ). Ma con la gioia nel cuore. Soli? No, con lei, la Madre, sempre vigile accompagnatrice, piena di attenzioni.

Forse qualcuno, interessato, sta drizzando le antenne. Al contrario, altri potrebbero pensare: uffa, che barba, sempre la solita minestra! Ma che altro abbiamo? Solo il mistero di Cristo, le vie da lui indicate. E la Madre, sotto la croce, come dono del Crocifisso all’umanità intera. Di meglio non c’è. E’ proprio l’ultra novantenne Hans Küng che, dopo aver veleggiato per ampi orizzonti teologici, oggi viene a dirci che bisogna semplicemente tornare a Gesù: “Seguendo Gesù Cristo l’uomo nel mondo d’oggi può vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri”.

Negli incontri si avverte la diffusa preoccupazione per la nostra gioventù che fatichiamo a comprendere; non mancano i sensi di colpa per l’incapacità di trasmissione della fede  battesimale. Ma il gesuita Beppe Lavelli ci mette in guardia: “FINO A QUANDO CREDEREMO DI AVERE SEMPRE QUALCOSA DA DIRE AI GIOVANI PRIMA ANCORA DI ASCOLTARLI, LI AVREMO PERSI IN PARTENZA”.

Il suggerimento di Don Giussani a Caravaggio nel 2009 cade a proposito: “Da lei (Maria) così giovane (aveva allora circa 15 anni) dobbiamo imparare la maturità della fede. Se una fede non diventa matura, è vana, è svuotata dal clima anticristiano di oggi. Mi verrebbe da replicare: Don Gius hai ragione, ma come si matura? In tanti modi, mi direbbe. Realisticamente, credo che possiamo passare all’azione solo usando i mezzi di cui disponiamo al momento. Non dico la Messa, i Sacramenti, che sono basilari. Ma quelli propedeutici come potrebbe essere la Scuola della Parola, non tanto facile  da realizzare, o la riscoperta del Rosario, più proponibile,  preghiera biblica di sua natura, che porta alla contemplazione dei divini misteri. Per tanti è noioso ma oggi è facilmente riproponibile con variazioni sul tema per renderlo meno ripetitivo, monotono e più appetitoso.

Viviamo di parole; spesso sono perfino nauseanti. Il tirar a campare nuoce. Epperò disponiamo di una Parola potente, offerta di luce, di forza, di gioia:  la Divina Scrittura. Sferza, mette a nudo, ma converte, responsabilizza, salva dallo smarrimento. In altri termini, è Parola terapeutica, perché in essa è lo Spirito di Gesù che parla, chiama per nome, riabilita, ridimensiona. Isaia fa dire al Signore: “non ritorna a me senza produrre effetto, senza realizzare quel che voglio e senza raggiungere lo scopo per il quale l’ho mandata” (Is 55,11).

TESTIMONIANZA 2 – Cinquant’anni fa moriva Padre Pio. Il santo di Pietralcina era un innamorato speciale della Madonna che avvertiva come una presenza costante, tanto da fargli affermare: “Io mi sento come una barchetta a vela, spinto dal respiro della Mamma Celeste”. Quanti rosari recitasse al giorno nessuno può dirlo. L’unica certezza è che non lasciava mai la corona della quale si serviva “per spalancare le porte del Cielo”. Il confratello Fra Guglielmo Alimonti un giorno ebbe a dirgli: “Padre, ieri ho recitato 30 rosari”. La risposta fu: “Così pochi?

Intercessore di tanti miracoli, lui stesso fu miracolato dalla Madonna. Quelli della mia età ricorderanno che nel 1959 la statua di Maria “la Madonna Pellegrina” prelevata dal santuario di Fatima, fu portata in diverse città italiane. La statua arrivò anche a San Giovanni Rotondo per una giornata di sosta nel luogo dove dimorava il santo frate con le stimmate, meta di tanti devoti ma anche di molti curiosi. Per la circostanza, lui era immobilizzato a letto: lo affliggevano gravosi acciacchi e si parlava anche di un tumore. Al momento della partenza, destinazione Foggia, Padre Pio dal balcone, al rumore dell’elicottero che ripartiva e al vocio della gente che gridava “evviva!”, in lacrime bisbigliò: “Madre, sono stato malato durante la tua visita. Ora te ne vai senza guarirmi?

Mentre il velivolo si stava allontanando, il secondo pilota, per un impulso inspiegabile, chiese di tornare indietro e di girare tre volte sul convento in segno di saluto a Padre Pio. In quello stesso momento il frate sentì un brivido per tutto il corpo che gli fece gridare: “Sono guarito! La Madonna mi ha guarito!”. Visitato scrupolosamente dal prof. Garbarrini, se ne ebbe la conferma: il Padre era clinicamente guarito.

Partiamo da un dato: “La speranza non porta a delusione, perché Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci ha donato,” Rm 5,5). Ora il desiderio di comunicare e di vivere di Lui e per Lui è insito: “non siete più schiavi della Legge ma sotto la grazia”(Rm 6,14). Questa libertà, dono dello Spirito, produce “amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé” in contrapposizione al cupo e schiavizzante egoismo, generatore di “immoralità, corruzione e vizio, idolatria, magia,odio, litigi, gelosie, ire, intrighi, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e altre cose di questo genere. (cnf. Galati 5,16-26).

Se il ROSARIO-PAROLA-DI-DIO è capace di operare nella persona questa trasformazione, viene da dire che più terapeutico di così si muore!  In effetti, il Rosario Biblico è in grado di garantire a tutte le età almeno due risultati: consolazione e lenimento alle tante ferite che la vita comporta. Troppo poco? Bene: visto che la psicologia umana possiede la spiacevole tendenza a complicare tutto, possiamo provare a spingerci oltre. Cinesi, Giapponesi ma un po’ tutto l’Oriente, per guarirsi dai malesseri della vita quotidiana si massaggiano i piedi vicendevolmente. Gesù ci ha chiesto di lavarci i piedi gli uni gli altri. (Gv 12, 13-15). Se allora andava bene per chi abitualmente camminava a piedi nudi nella polvere, oggi per noi potrebbe voler dire accogliere l’invito a lavarci gli uni gli altri dalle polveri tossiche che respiriamo ed accumuliamo, dalle  schegge che ci piovono addosso, ci feriscono, producono dolore e ansia, con tutti i suoi derivati.

Il Rosario Biblico (come del resto la Salmo-terapia) potrebbe essere un primo passo di aiuto reciproco per diventare terapeuti di noi stessi, migliorando la capacità di vedere l’Oltre. In un paese piccolo perché non provare a coinvolgere gli adulti ma anche i bambini, i giovani e, volendo, utilizzando anche il  porta a porta? Ma il Card. Martini avverte: “Il Rosario è una preghiera che richiede una certa calma, una certa distensione, l’acquisizione di ritmi che ci permettano di entrare in uno stato vero di preghiera e non soltanto in una recita verbale… Bisogna soprattutto badare non tanto alla quantità delle cose, quanto ad un vero ritmo, che allora davvero nutre il nostro spirito, ci entra dentro”.

Sarebbe bello poter affermare con Padre Pio: “Io mi sento come una barchetta a vela, spinto dal respiro della Mamma Celeste”. Rosariando è possibile. Provare per credere.

                                                                                                                 

MARIA “Madre della Chiesa” – Angelo Nocent

1-Aggiornato di recente1878

Sam venuti a deporre ai tuoi piedi / le amarezze, le tante paure / che fan tristi anche i giorni di sole. / Il tuo sguardo conforto ci dà.

RITORNELLO A: Tu sei, per testamento, / la Madre della Chiesa.
Vieni a sciogliere i nodi / di tante nostre ambiguità. 2 volte.

Lunedì dopo Pentecoste. Maria «Madre della Chiesa», la prima festa liturgica

Una memoria liturgica, quella di oggi 21 Maggio 2018, che celebra la «maternità di Maria nei confronti della Chiesa» ma che richiama anche «un dono e un segno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo» e che ci fa scoprire grazie a questo «Maria come educatrice di ogni credente» in grado di svelarci il «“segreto” di Cristo». È la prima impressione con cui il mariologo padre Gian Matteo Roggio, appartenente alla Congregazione dei missionari di Nostra Signora de La Salette, spiega la scelta «innovativa e unica» di papa Francesco e della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di inserire da quest’anno nel Calendario Romano la memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa» da celebrarsi ogni anno nel lunedì dopo Pentecoste.

Il decreto del dicastero vaticano è stato firmato l’11 febbraio scorso dal cardinale prefetto Robert Sarah e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, ma è stato reso pubblico nel marzo scorso. L’indicazione del Papa è stata accolta anche nel Calendario Ambrosiano con la stessa data e, mentre l’arcidiocesi di Milano sta avviando la pratica per la recognitio della Sede Apostolica, l’arcivescovo Mario Delpini chiede agli ambrosiani di celebrare già la ricorrenza.

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Icona venerata nel Santuario Madonna delle Assi

La memoria liturgica è legata alla solennità che si festeggia questa domenica, ossia quella in cui si fa memoria della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel Cenacolo, avvenuta cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo. «Non è un caso che lo Spirito ha chiamato Maria – è la riflessione del teologo e docente alla Facoltà Teologica Marianum di Roma – a costruire con forza la Chiesa della Pentecoste attraverso la sua singolare testimonianza di donna che ha saputo stare presso la Croce e da lì ha attinto il “segreto” più profondo dell’identità di quel Figlio avuto per opera del medesimo Spirito, ora risuscitato dai morti. Questa sua singolare testimonianza fa parte dell’annuncio apostolico e non se ne può fare a meno: è permanente e appartiene alle fondamenta stessa della Chiesa. Ed è per questo che il popolo di Dio, riconoscendo il debito che ha nei confronti di questa donna, la onora e la accoglie come “Madre”».

Paolo Vi 197_Paolo_VIUn titolo quello della Vergine «Madre della Chiesa» che ci riporta a quella definizione pronunciata nel 1964 proprio dal predecessore di papa Bergoglio sulla Cattedra di Pietro, il prossimo santo Paolo VI (sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre) a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II. «Quando Montini a nome di tutto il popolo di Dio, volle che Maria fosse onorata e accolta come “Madre della Chiesa”, egli aveva davanti a sé la Costituzione dogmatica sulla Chiesa approntata dal Concilio Vaticano II, la Lumen gentium – è l’argomentazione del sacerdote classe 1967 ed esperto di apparizioni mariane –. In essa il capitolo VIII è dedicato alla Madre di Dio, perché non si possono separare Maria e la Chiesa.

L’una e l’altra sono indissolubilmente legate per via della fede nel Cristo: è questa comune fede che dà unità alla loro vocazione, alla loro testimonianza e al loro servizio. Essa altro non è se l’abitare e il rimanere nel “segreto” del Cristo, colui che ha fatto della Risurrezione dai morti la misura del perdono e della riconciliazione che provengono dal Padre delle misericordie». E annota a questo proposito: «Con la sua scelta, Paolo VI volle dire fermamente che la dottrina conciliare era radicata nella più genuina tradizione apostolica; e che la stessa tradizione apostolica non smette mai di guardare a Maria. Non perché sia Maria a generare la Chiesa: la Chiesa nasce dallo Spirito ed è lo Spirito che ci rende fratelli e sorelle del Cristo, coeredi della sua Croce e Risurrezione».

Una scelta dunque da vivere e custodire come un filo rosso di continuità con il magistero montiniano. «Oggi 54 anni dopo, papa Francesco – osserva il teologo – ribadisce così due esigenze che il Vaticano II è il riferimento normativo della Chiesa del III millennio e che il popolo di Dio onora e accoglie Maria come “Madre” nella misura in cui fa trasparire stabilmente, nei suoi volti e nelle sue opere, ovunque si trovi e viva, la “rivoluzione della tenerezza” di cui lei è singolare beneficiaria, testimone ed educatrice». Una memoria liturgica, secondo il missionario salettino, che permetterà così di scoprire, incontrare, amare e onorare la «maternità di Maria come un segno provocante di questa autenticità spirituale di cui la Chiesa ha sempre bisogno per essere se stessa».

Da AVVENIRE Filippo Rizzi sabato 19 maggio 2018

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In questo piccolo santuario del XV secolo, parte della mia parrocchia, la festa della Madonna delle Assi si celebra il lunedì dopo Pentecoste. Quest’ anno, per la coincidenza di Maria “Madre della Chiesa”, da giorni la comunità alterna alcune delle 86 strofe di una Cantata dedicata alla Vergine:
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GIOVANI MA DA PROTAGONISTI – Angelo Nocent

Piedi per terra, sguardo in alto

SABATO SANTO 1966 – Angelo Nocent

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VEGLIA PASQUALE NELLA BASILICA VATICANA

OMELIA DI PAOLO VI

Sabato Santo, 9 aprile 1966

Nel rivolgersi ai Fratelli, ai figli e fedeli presenti, il Santo Padre dichiara, anzitutto, che il Rito della Veglia Pasquale è già di per sé tanto esteso e particolareggiato da non richiedere commenti. Tuttavia, dovendo onorare, anche con un breve cenno soltanto, la liturgia della Parola, Egli inviterà gli ascoltatori a meditare sopra uno degli aspetti prevalenti, non l’unico, del Rito medesimo, cioè il suo carattere vigiliare.

VIGILIA SACRA

È una vigilia quella che celebriamo; essa tocca pure la solennità di cui è degna prefazione. Le grandi cose non avvengono mai all’improvviso nella nostra storia umana. Non siamo mai così bravi da comprendere tutto per via di intuito e senza la fatica di qualche predisposizione voluta. La Quaresima, oggi terminata, è appunto il ciclo preparatorio all’epilogo di quest’ora notturna, ricca d’una forza ed intensità particolari.

La vigilia, e cioè l’attenzione ascetica, l’esercizio della nostra volontà, l’impegno di tutte le nostre facoltà: memoria, sentimenti, propositi, rivolge ogni elemento verso il punto più alto del Mistero Pasquale. Questo aspetto ascetico diviene evidente per il fatto che il Rito dovrebbe essere celebrato nel tempo destinato al riposo, al sonno, durante la notte. Perciò è molto lungo. Deve occupare tutte le ore che vanno dal tramonto all’alba, ed è frammisto di letture, di canti e di preghiere, proprio per alternare, con la diversità degli atti e riferimenti, la nostra attenzione e tenerla vigile, desta e interessata. Lo sforzo per vincere il sonno assume in questa notte uno spiccato aspetto penitenziale, e cioè di grande, buona volontà, nel desiderio di andare al Mistero Pasquale preparati con qualche sacrificio e rinunzia, con un raffronto fra ciò che ci è abituale e caro e quel ch’è insolito e ancor più soave: l’incontro con Cristo Risorto.

Alla preparazione ascetica si unisce quella della mente, interessata alle lezioni, ai grandi quadri biblici che sono stati posti davanti a noi con la lettura delle «profezie». Cosa vuol dire questo quadro, questa sintesi della storia della salvezza, come oggi si dice, cioè nel procedimento seguito da Dio nel concedersi a noi, in una rivelazione graduale che ha avuto i momenti, i periodi, le stagioni, gli istanti di luce e anche le pause, ma sempre con una coerenza, una progressione che dalla comparsa dell’uomo sulla terra, l’antico Adamo, giunge fino all’avvento di Gesù Cristo, il nuovo Adamo, sintesi della lunga escursione divinamente predisposta per segnare la storia della umanità?

IL SIGNORE E L’UOMO

È il fulcro della meditazione proposta durante la Santa Notte, la quale ha il suo riflesso precipuo anche su come l’uomo, con tutte le sue vicende ed alternative, con tutte le sue sconfitte e le vittorie; con i suoi momenti di pienezza e altri di depressione; di fedeltà e di infedeltà, abbia partecipato al dialogo proposto dal Signore. È la storia spirituale del mondo, che ha poi il suo riscontro, si può dire soggettivamente, nella piccola, ma per noi unica, interessante, storia della nostra anima. Anche ciascuno di noi ha ricevuto graduali rivelazioni.

Il Signore ha usato una pedagogia progressiva per noi e ci ha amati, ci ha istruiti; e finalmente ecco la Pasqua in cui ancora Egli si concede, ci viene incontro, e ci vuole idonei a ricordare degnamente le preparazioni celesti e ad esaltare i grandi Misteri vitali. Possiamo guardare in che cosa si riassuma tale celebrazione nel suo significato finale. Abbiamo poco fa acceso il Cero pasquale, abbiamo benedetto l’acqua del battesimo, e rinnovate le promesse battesimali: infine prorompe l’Alleluja . . . Vediamo il contrasto notturno fra le tenebre esteriori e la luce, fra la morte e la vita, fra il peccato e la grazia, fra la beatitudine di chi è in contatto con la vita stessa, Dio, e l’oscurità di chi non lo è. Ora questo dualismo, in una parola, è il grande tema della Vigilia Pasquale.

CANTO SUBLIME

Chi ha seguito il canto dell’Exultet, che è forse il più lirico, il più bello dei canti della liturgia cristiana, avrà sentito echeggiare le parole e gli insegnamenti della primissima teologia, quella di S. Paolo, che ha trovato nelle formule di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio le sue espressioni più alte e più paradossali: O felix culpa! Era necessario che l’uomo cadesse per avere un tanto Redentore! Non sarebbe servito a nulla avere la vita naturale se non ci fosse stata poi largita la vita soprannaturale. Il dualismo, dunque, fra tenebre e luce, tra la vita e la morte, tra la storia di Cristo che soffre e dà la vita per noi e quindi la riprende per aprirci il cammino verso l’eternità. Tutto questo deve offrire alle nostre anime argomento di riflessione e davvero colmare i nostri spiriti di una moltitudine di pensieri, che riprendono il loro ordine risalendo precisamente al dualismo del bene e del male, della grazia e del peccato, della vita e della morte.

Ed ecco la conclusione da queste premesse: noi riconosciamo con letizia e gratitudine di essere stati salvati. E cioè: tutta la nostra storia, la nostra salvezza è guidata da un prodigio unico: la misericordia di Dio, la quale gratuitamente ci redime per effondere in noi la rivelazione suprema di ciò che Egli è: Bontà infinita. Con indicibile amore ha voluto salvare l’umanità concedendosi senza alcun limite, anche dopo che l’uomo avrebbe meritato ben altro; e cioè la condanna, l’ira e la morte perpetua.

Il nostro inno alla bontà divina non toglie, anzi mette in rilievo, quel che noi dobbiamo compiere per meritare la grazia del Signore. Abbiamo poco fa rinnovato le promesse battesimali, cioè abbiamo proclamato di voler porre a disposizione di Dio la nostra persona, perché Egli agisca in noi, compia in noi la salvezza. Ed anche qui Sant’Agostino, pare a Noi, ha la parola ardita, sintetica e sublime che riassume tutto l’eccelso poema, benché spesso è in noi un dramma continuo. Enuncia i due poli, due parole immense: una riferita a Dio e si chiama misericordia; l’altra riferita all’uomo e si chiama miseria. Nell’incontro di queste due entità – conclude il Santo Padre -, e cioè della infinità di Dio che salva, e della nostra povertà che ha bisogno di essere salvata, sta la Pasqua, la risurrezione, la nostra gioia; e da ciò deriva il nostro impegno. Sarà quello che porteremo nel cuore appunto come ricordo di questa santa celebrazione.

CON LA MADONNA DEL SABATO SANTO

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GIUDA: PARLIAMONE – Anglo Nocent

NOSTRO FRATELLO GIUDA

di Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.

Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore.

Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore.

Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici.

Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore.

Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male.

L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore.

C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro.

Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto.

Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là.

Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario.

Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”.

Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore.

E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro.

E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

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NEI PANNI DI PIETRO – Angelo Nocent

La Passione di Cristo vissuta con gli occhi di Pietro 

Con la guida del Card. Carlo Maria Martini provo a ripercorrere il dramma che Pietro ha vissuto durante i giorni della passione del suo Maestro.  Egli è impreparato ma ostenta sicurezza. E poi crolla psicologicamente.

L’Arcivescovo Martini nel farci rivivere la Passione di Gesù attraverso gli occhi di Pietro ci offre un duplice itinerario:

  • «come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù»,
  • «come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù».

La lezione si applica perfettamente a ciascuno di noi  così facili agli slanci momentanei ma anche inclini all’apatia e ai prolungati avvilimenti.

LA PROMESSA

Pietro, sottolinea il cardinal Martini, è impreparato a vivere la Passione. Ama il Signore, ma interiormente non ha la forza di affrontare il momento più difficile.

Gesù sul monte degli Ulivi ammonisce gli Apostoli (Mt 26,32-35): «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge».

Pietro proclama: «Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai».

E Gesù: «In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte«.

Pietro gli promette: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

TROPPO SICURO DI SE’

Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel con te è essenziale nella vita cristiana.

“NON TI RINNEGHERO’”

Eppure Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.

Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

MORIRE DA MARTIRE

Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.

LA VEGLIA SOLITARIA DI GESU’

L’impreparazione di Pietro è evidenziata da Gesù in Mt 26,37-56 quando richiama i discepoli che aveva chiesto loro di vegliare insieme a lui nelle ore inquiete che precedono il suo arresto («Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?»).

Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni.

PIETRO HA PAURA

Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il disgusto psicologico di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico.

Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.

L’AGGRESSIONE AL SACERDOTE

Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. A quel punto Gesù viene arrestato e Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe aggredendo le guardie e tagliando l’orecchio a un sacerdote con la spada. Gesù gli dice di riporla nel fodero.

Se non possiamo noi mettere mano alla spada – si domanda Pietro – perché non vengono queste famose legioni di angeli, perché Dio non salva il suo consacrato, o almeno lo fa arrestare nel tempio, mentre la folla grida e succede un tumulto? Invece, così, nella notte, come un malfattore! E lui neppure reagisce.

Allora, dice il testo al versetto 56: «Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono».

SMARRIMENTO INTERIORE

Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo al versetto 58, «lo segue da lontano».

Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.

È un uomo diviso, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere. E in quel frangente di sbandamento che inizia a rinnegare Gesù.

Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale.

LA “REDENZIONE”

Il finale della Passione coincide con la “redenzione” dell’apostolo prediletto. Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22,61).

Martini prova ad esternare il pensiero di Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, e invece adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto.

Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio