MARIA “Madre della Chiesa” – Angelo Nocent

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Sam venuti a deporre ai tuoi piedi / le amarezze, le tante paure / che fan tristi anche i giorni di sole. / Il tuo sguardo conforto ci dà.

RITORNELLO A: Tu sei, per testamento, / la Madre della Chiesa.
Vieni a sciogliere i nodi / di tante nostre ambiguità. 2 volte.

Lunedì dopo Pentecoste. Maria «Madre della Chiesa», la prima festa liturgica

Una memoria liturgica, quella di oggi 21 Maggio 2018, che celebra la «maternità di Maria nei confronti della Chiesa» ma che richiama anche «un dono e un segno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo» e che ci fa scoprire grazie a questo «Maria come educatrice di ogni credente» in grado di svelarci il «“segreto” di Cristo». È la prima impressione con cui il mariologo padre Gian Matteo Roggio, appartenente alla Congregazione dei missionari di Nostra Signora de La Salette, spiega la scelta «innovativa e unica» di papa Francesco e della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di inserire da quest’anno nel Calendario Romano la memoria liturgica obbligatoria della «Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa» da celebrarsi ogni anno nel lunedì dopo Pentecoste.

Il decreto del dicastero vaticano è stato firmato l’11 febbraio scorso dal cardinale prefetto Robert Sarah e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, ma è stato reso pubblico nel marzo scorso. L’indicazione del Papa è stata accolta anche nel Calendario Ambrosiano con la stessa data e, mentre l’arcidiocesi di Milano sta avviando la pratica per la recognitio della Sede Apostolica, l’arcivescovo Mario Delpini chiede agli ambrosiani di celebrare già la ricorrenza.

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Icona venerata nel Santuario Madonna delle Assi

La memoria liturgica è legata alla solennità che si festeggia questa domenica, ossia quella in cui si fa memoria della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel Cenacolo, avvenuta cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo. «Non è un caso che lo Spirito ha chiamato Maria – è la riflessione del teologo e docente alla Facoltà Teologica Marianum di Roma – a costruire con forza la Chiesa della Pentecoste attraverso la sua singolare testimonianza di donna che ha saputo stare presso la Croce e da lì ha attinto il “segreto” più profondo dell’identità di quel Figlio avuto per opera del medesimo Spirito, ora risuscitato dai morti. Questa sua singolare testimonianza fa parte dell’annuncio apostolico e non se ne può fare a meno: è permanente e appartiene alle fondamenta stessa della Chiesa. Ed è per questo che il popolo di Dio, riconoscendo il debito che ha nei confronti di questa donna, la onora e la accoglie come “Madre”».

Paolo Vi 197_Paolo_VIUn titolo quello della Vergine «Madre della Chiesa» che ci riporta a quella definizione pronunciata nel 1964 proprio dal predecessore di papa Bergoglio sulla Cattedra di Pietro, il prossimo santo Paolo VI (sarà canonizzato il prossimo 14 ottobre) a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II. «Quando Montini a nome di tutto il popolo di Dio, volle che Maria fosse onorata e accolta come “Madre della Chiesa”, egli aveva davanti a sé la Costituzione dogmatica sulla Chiesa approntata dal Concilio Vaticano II, la Lumen gentium – è l’argomentazione del sacerdote classe 1967 ed esperto di apparizioni mariane –. In essa il capitolo VIII è dedicato alla Madre di Dio, perché non si possono separare Maria e la Chiesa.

L’una e l’altra sono indissolubilmente legate per via della fede nel Cristo: è questa comune fede che dà unità alla loro vocazione, alla loro testimonianza e al loro servizio. Essa altro non è se l’abitare e il rimanere nel “segreto” del Cristo, colui che ha fatto della Risurrezione dai morti la misura del perdono e della riconciliazione che provengono dal Padre delle misericordie». E annota a questo proposito: «Con la sua scelta, Paolo VI volle dire fermamente che la dottrina conciliare era radicata nella più genuina tradizione apostolica; e che la stessa tradizione apostolica non smette mai di guardare a Maria. Non perché sia Maria a generare la Chiesa: la Chiesa nasce dallo Spirito ed è lo Spirito che ci rende fratelli e sorelle del Cristo, coeredi della sua Croce e Risurrezione».

Una scelta dunque da vivere e custodire come un filo rosso di continuità con il magistero montiniano. «Oggi 54 anni dopo, papa Francesco – osserva il teologo – ribadisce così due esigenze che il Vaticano II è il riferimento normativo della Chiesa del III millennio e che il popolo di Dio onora e accoglie Maria come “Madre” nella misura in cui fa trasparire stabilmente, nei suoi volti e nelle sue opere, ovunque si trovi e viva, la “rivoluzione della tenerezza” di cui lei è singolare beneficiaria, testimone ed educatrice». Una memoria liturgica, secondo il missionario salettino, che permetterà così di scoprire, incontrare, amare e onorare la «maternità di Maria come un segno provocante di questa autenticità spirituale di cui la Chiesa ha sempre bisogno per essere se stessa».

Da AVVENIRE Filippo Rizzi sabato 19 maggio 2018

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In questo piccolo santuario del XV secolo, parte della mia parrocchia, la festa della Madonna delle Assi si celebra il lunedì dopo Pentecoste. Quest’ anno, per la coincidenza di Maria “Madre della Chiesa”, da giorni la comunità alterna alcune delle 86 strofe di una Cantata dedicata alla Vergine:
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GIOVANI MA DA PROTAGONISTI – Angelo Nocent

Piedi per terra, sguardo in alto

SABATO SANTO 1966 – Angelo Nocent

Sabato Santo - fuoco

VEGLIA PASQUALE NELLA BASILICA VATICANA

OMELIA DI PAOLO VI

Sabato Santo, 9 aprile 1966

Nel rivolgersi ai Fratelli, ai figli e fedeli presenti, il Santo Padre dichiara, anzitutto, che il Rito della Veglia Pasquale è già di per sé tanto esteso e particolareggiato da non richiedere commenti. Tuttavia, dovendo onorare, anche con un breve cenno soltanto, la liturgia della Parola, Egli inviterà gli ascoltatori a meditare sopra uno degli aspetti prevalenti, non l’unico, del Rito medesimo, cioè il suo carattere vigiliare.

VIGILIA SACRA

È una vigilia quella che celebriamo; essa tocca pure la solennità di cui è degna prefazione. Le grandi cose non avvengono mai all’improvviso nella nostra storia umana. Non siamo mai così bravi da comprendere tutto per via di intuito e senza la fatica di qualche predisposizione voluta. La Quaresima, oggi terminata, è appunto il ciclo preparatorio all’epilogo di quest’ora notturna, ricca d’una forza ed intensità particolari.

La vigilia, e cioè l’attenzione ascetica, l’esercizio della nostra volontà, l’impegno di tutte le nostre facoltà: memoria, sentimenti, propositi, rivolge ogni elemento verso il punto più alto del Mistero Pasquale. Questo aspetto ascetico diviene evidente per il fatto che il Rito dovrebbe essere celebrato nel tempo destinato al riposo, al sonno, durante la notte. Perciò è molto lungo. Deve occupare tutte le ore che vanno dal tramonto all’alba, ed è frammisto di letture, di canti e di preghiere, proprio per alternare, con la diversità degli atti e riferimenti, la nostra attenzione e tenerla vigile, desta e interessata. Lo sforzo per vincere il sonno assume in questa notte uno spiccato aspetto penitenziale, e cioè di grande, buona volontà, nel desiderio di andare al Mistero Pasquale preparati con qualche sacrificio e rinunzia, con un raffronto fra ciò che ci è abituale e caro e quel ch’è insolito e ancor più soave: l’incontro con Cristo Risorto.

Alla preparazione ascetica si unisce quella della mente, interessata alle lezioni, ai grandi quadri biblici che sono stati posti davanti a noi con la lettura delle «profezie». Cosa vuol dire questo quadro, questa sintesi della storia della salvezza, come oggi si dice, cioè nel procedimento seguito da Dio nel concedersi a noi, in una rivelazione graduale che ha avuto i momenti, i periodi, le stagioni, gli istanti di luce e anche le pause, ma sempre con una coerenza, una progressione che dalla comparsa dell’uomo sulla terra, l’antico Adamo, giunge fino all’avvento di Gesù Cristo, il nuovo Adamo, sintesi della lunga escursione divinamente predisposta per segnare la storia della umanità?

IL SIGNORE E L’UOMO

È il fulcro della meditazione proposta durante la Santa Notte, la quale ha il suo riflesso precipuo anche su come l’uomo, con tutte le sue vicende ed alternative, con tutte le sue sconfitte e le vittorie; con i suoi momenti di pienezza e altri di depressione; di fedeltà e di infedeltà, abbia partecipato al dialogo proposto dal Signore. È la storia spirituale del mondo, che ha poi il suo riscontro, si può dire soggettivamente, nella piccola, ma per noi unica, interessante, storia della nostra anima. Anche ciascuno di noi ha ricevuto graduali rivelazioni.

Il Signore ha usato una pedagogia progressiva per noi e ci ha amati, ci ha istruiti; e finalmente ecco la Pasqua in cui ancora Egli si concede, ci viene incontro, e ci vuole idonei a ricordare degnamente le preparazioni celesti e ad esaltare i grandi Misteri vitali. Possiamo guardare in che cosa si riassuma tale celebrazione nel suo significato finale. Abbiamo poco fa acceso il Cero pasquale, abbiamo benedetto l’acqua del battesimo, e rinnovate le promesse battesimali: infine prorompe l’Alleluja . . . Vediamo il contrasto notturno fra le tenebre esteriori e la luce, fra la morte e la vita, fra il peccato e la grazia, fra la beatitudine di chi è in contatto con la vita stessa, Dio, e l’oscurità di chi non lo è. Ora questo dualismo, in una parola, è il grande tema della Vigilia Pasquale.

CANTO SUBLIME

Chi ha seguito il canto dell’Exultet, che è forse il più lirico, il più bello dei canti della liturgia cristiana, avrà sentito echeggiare le parole e gli insegnamenti della primissima teologia, quella di S. Paolo, che ha trovato nelle formule di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio le sue espressioni più alte e più paradossali: O felix culpa! Era necessario che l’uomo cadesse per avere un tanto Redentore! Non sarebbe servito a nulla avere la vita naturale se non ci fosse stata poi largita la vita soprannaturale. Il dualismo, dunque, fra tenebre e luce, tra la vita e la morte, tra la storia di Cristo che soffre e dà la vita per noi e quindi la riprende per aprirci il cammino verso l’eternità. Tutto questo deve offrire alle nostre anime argomento di riflessione e davvero colmare i nostri spiriti di una moltitudine di pensieri, che riprendono il loro ordine risalendo precisamente al dualismo del bene e del male, della grazia e del peccato, della vita e della morte.

Ed ecco la conclusione da queste premesse: noi riconosciamo con letizia e gratitudine di essere stati salvati. E cioè: tutta la nostra storia, la nostra salvezza è guidata da un prodigio unico: la misericordia di Dio, la quale gratuitamente ci redime per effondere in noi la rivelazione suprema di ciò che Egli è: Bontà infinita. Con indicibile amore ha voluto salvare l’umanità concedendosi senza alcun limite, anche dopo che l’uomo avrebbe meritato ben altro; e cioè la condanna, l’ira e la morte perpetua.

Il nostro inno alla bontà divina non toglie, anzi mette in rilievo, quel che noi dobbiamo compiere per meritare la grazia del Signore. Abbiamo poco fa rinnovato le promesse battesimali, cioè abbiamo proclamato di voler porre a disposizione di Dio la nostra persona, perché Egli agisca in noi, compia in noi la salvezza. Ed anche qui Sant’Agostino, pare a Noi, ha la parola ardita, sintetica e sublime che riassume tutto l’eccelso poema, benché spesso è in noi un dramma continuo. Enuncia i due poli, due parole immense: una riferita a Dio e si chiama misericordia; l’altra riferita all’uomo e si chiama miseria. Nell’incontro di queste due entità – conclude il Santo Padre -, e cioè della infinità di Dio che salva, e della nostra povertà che ha bisogno di essere salvata, sta la Pasqua, la risurrezione, la nostra gioia; e da ciò deriva il nostro impegno. Sarà quello che porteremo nel cuore appunto come ricordo di questa santa celebrazione.

CON LA MADONNA DEL SABATO SANTO

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GIUDA: PARLIAMONE – Anglo Nocent

NOSTRO FRATELLO GIUDA

di Don Primo Mazzolari

Miei cari fratelli, è proprio una scena d’agonia e di cenacolo. Fuori c’è tanto buio e piove. Nella nostra Chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’è buio, ma c’è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa’ spavento, il nome di Giuda, il Traditore.

Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata. Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. E’ uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore.

Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore.

Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!” Amico! Questa parola che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici.

Gli Apostoli son diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore.

Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro. Vi ho domandato: come mai un apostolo del Signore è finito come traditore? Conoscete voi, o miei cari fratelli, il mistero del male? Sapete dirmi come noi siamo diventati cattivi? Ricordatevi che nessuno di noi in un certo momento non ha scoperto dentro di sé il male.

L’abbiamo visto crescere il male, non sappiamo neanche perché ci siamo abbandonati al male, perché siamo diventati dei bestemmiatori, dei negatori. Non sappiamo neanche perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. Ad un certo momento ecco, è venuto fuori il male, di dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha corrotto? Chi ci ha tolto l’innocenza? Chi ci ha tolto la fede? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione. Vedete, Giuda, fratello nostro! Fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa! Qualcheduno però, deve avere aiutato Giuda a diventare il Traditore.

C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male di Giuda, ma che ce lo mette davanti in un modo impressionante: “Satana lo ha occupato”. Ha preso possesso di lui, qualcheduno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze, spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare il Dio dai cuori di tante creature. Questa è l’opera del male, è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda e può agire anche dentro di noi se non stiamo attenti. Per questo il Signore aveva detto ai suoi Apostoli là nell’ orto degli ulivi, quando se li era chiamati vicini: “State svegli e pregate per non entrare in tentazione”. E la tentazione è incominciata col denaro. Le mani che contano il denaro.

Che cosa mi date? Che io ve lo metto nelle mani? E gli contarono trenta denari. Ma glieli hanno contati dopo che il Cristo era già stato arrestato e portato davanti al tribunale. Vedete il baratto! L’amico, il maestro, colui che l’aveva scelto, che ne aveva fatto un Apostolo, colui che ci ha fatto un figliolo di Dio; che ci ha dato la dignità, la libertà, la grandezza dei figli di Dio. Ecco! Baratto! Trenta denari! Il piccolo guadagno. Vale poco una coscienza, o miei cari fratelli, trenta denari. E qualche volta anche ci vendiamo per meno di trenta denari. Ecco i nostri guadagni, per cui voi sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista.

C’è qualcheduno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Crede di aver guadagnato il posto, un po’ di lavoro, una certa stima, una certa considerazione, tra certi amici i quali godono di poter portare via il meglio che c’è nell’anima e nella coscienza di qualche loro compagno. Ecco vedete il guadagno? Trenta denari! Che cosa diventano questi trenta denari? Ad un certo momento voi vedete un uomo, Giuda, siamo nella giornata di domani, quando il Cristo sta per essere condannato a morte. Forse Lui non aveva immaginato che il suo tradimento arrivasse tanto lontano. Quando ha sentito il crucifigge, quando l’ha visto percosso a morte nell’atrio di Pilato, il traditore trova un gesto, un grande gesto. Va’ dov’erano ancora radunati i capi del popolo, quelli che l’avevano comperato, quella da cui si era lasciato comperare. Ha in mano la borsa, prende i trenta denari, glieli butta, prendete, è il prezzo del sangue del Giusto.

Una rivelazione di fede, aveva misurato la gravità del suo misfatto. Non contavano più questi denari. Aveva fatto tanti calcoli, su questi denari. Il denaro. Trenta denari. Che cosa importa della coscienza, che cosa importa essere cristiani? Che cosa ci importa di Dio? Dio non lo si vede, Dio non ci da’ da mangiare, Dio non ci fa’ divertire, Dio non da’ la ragione della nostra vita. I trenta denari. E non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. E se ne vanno. Perché dove la coscienza non è tranquilla anche il denaro diventa un tormento. C’è un gesto, un gesto che denota una grandezza umana. Glieli butta là.

Credete voi che quella gente capisca qualche cosa? Li raccoglie e dice: “Poiché hanno del sangue, li mettiamo in disparte. Compereremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la Pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo”. Così la scena si cambia, domani sera qui, quando si scoprirà la croce, voi vedrete che ci sono due patiboli, c’è la croce di cristo; c’è un albero, dove il traditore si è impiccato. Povero Giuda. Povero fratello nostro. Il più grande dei peccati, non è quello di vendere il Cristo; è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro; e poi lo ha guardato e si è messo a piangere e il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il suo vicario.

Tutti gli Apostoli hanno abbandonato il Signore e son tornati, e il Cristo ha perdonato loro e li ha ripresi con la stessa fiducia. Credete voi che non ci sarebbe stato posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo o a una svolta della strada della Via Crucis: la salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda. Una croce e un albero di un impiccato. Dei chiodi e una corda. Provate a confrontare queste due fini. Voi mi direte: “Muore l’uno e muore l’altro”.

Io però vorrei domandarvi qual è la morte che voi eleggete, sulla croce come il Cristo, nella speranza del Cristo, o impiccati, disperati, senza niente davanti. Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore.

E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là. Forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni. Un corteo che certamente pare che non faccia onore al figliolo di Dio, come qualcheduno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia. E adesso, che prima di riprendere la Messa, ripeterò il gesto di Cristo nell’ ultima cena, lavando i nostri bambini che rappresentano gli Apostoli del Signore in mezzo a noi, baciando quei piedini innocenti, lasciate che io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro.

E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico. La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici.

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NEI PANNI DI PIETRO – Angelo Nocent

La Passione di Cristo vissuta con gli occhi di Pietro 

Con la guida del Card. Carlo Maria Martini provo a ripercorrere il dramma che Pietro ha vissuto durante i giorni della passione del suo Maestro.  Egli è impreparato ma ostenta sicurezza. E poi crolla psicologicamente.

L’Arcivescovo Martini nel farci rivivere la Passione di Gesù attraverso gli occhi di Pietro ci offre un duplice itinerario:

  • «come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù»,
  • «come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù».

La lezione si applica perfettamente a ciascuno di noi  così facili agli slanci momentanei ma anche inclini all’apatia e ai prolungati avvilimenti.

LA PROMESSA

Pietro, sottolinea il cardinal Martini, è impreparato a vivere la Passione. Ama il Signore, ma interiormente non ha la forza di affrontare il momento più difficile.

Gesù sul monte degli Ulivi ammonisce gli Apostoli (Mt 26,32-35): «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge».

Pietro proclama: «Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai».

E Gesù: «In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte«.

Pietro gli promette: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

TROPPO SICURO DI SE’

Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel con te è essenziale nella vita cristiana.

“NON TI RINNEGHERO’”

Eppure Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.

Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».

MORIRE DA MARTIRE

Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.

LA VEGLIA SOLITARIA DI GESU’

L’impreparazione di Pietro è evidenziata da Gesù in Mt 26,37-56 quando richiama i discepoli che aveva chiesto loro di vegliare insieme a lui nelle ore inquiete che precedono il suo arresto («Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?»).

Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni.

PIETRO HA PAURA

Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il disgusto psicologico di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico.

Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.

L’AGGRESSIONE AL SACERDOTE

Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. A quel punto Gesù viene arrestato e Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe aggredendo le guardie e tagliando l’orecchio a un sacerdote con la spada. Gesù gli dice di riporla nel fodero.

Se non possiamo noi mettere mano alla spada – si domanda Pietro – perché non vengono queste famose legioni di angeli, perché Dio non salva il suo consacrato, o almeno lo fa arrestare nel tempio, mentre la folla grida e succede un tumulto? Invece, così, nella notte, come un malfattore! E lui neppure reagisce.

Allora, dice il testo al versetto 56: «Tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono».

SMARRIMENTO INTERIORE

Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo al versetto 58, «lo segue da lontano».

Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.

È un uomo diviso, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere. E in quel frangente di sbandamento che inizia a rinnegare Gesù.

Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale.

LA “REDENZIONE”

Il finale della Passione coincide con la “redenzione” dell’apostolo prediletto. Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22,61).

Martini prova ad esternare il pensiero di Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, e invece adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto.

Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio

L’ANELLO PERDUTO – Angelo Nocent

Il progetto “L’Anello Perduto“, è parte integrante delle iniziative promosse dagli Uffici di Pastorale Familiare delle Diocesi di Fossano e di Cuneo, e in collaborazione con gli Uffici Famiglia delle Diocesi del cuneese.
A persone che hanno vissuto il fallimento del matrimoniale sacramentale (cfr. catechesi di Papa Francesco del 5/8/2015) e che ora sono separate o divorziate sole, o che hanno dato origine ad una nuova relazione di coppia nella forma della convivenza o del matrimonio civile, intende offrire percorsi di formazione, accompagnamento ed ospitalità cristiana.

Il coordinatore del progetto “L’Anello Perduto”, invitato a Tv2000 il 29 febbraio 2016 al programma “Siamo noi”, nella rubrica “L’albero del bene comune” racconta come nasce e si sviluppa questo servizio diocesano; l’invito alla trasmissione gli è arrivato a seguito della lettera che il gruppo aveva inviato a Papa Francesco chiedendogli di essere ricevuto in udienza, e della straordinaria telefonata che Paolo Tassinari ha ricevuto dal Papa stesso.

Paolo Tassinari Tel. 338.2335931
Per avere informazioni sul nostro progetto, puoi scriverci adesso oppure iscriverti qui sopra alla newsletter.

PAOLO TASSINARI – AMORIS LAETITIA

ATTIVA AUDIO – interessantissimo ! !https://drive.google.com/file/d/0B6zqkAsUuUTJQVpXeXZ3NWRpVGc/view

PROF. GRILLO  – AMORIS LAETITIA

 

NOI PIPISTRELLI SENZA PIUME – Angelo Nocent

SENZA PIUME COME I PIPISTRELLI

13230161_1144601572258953_585055457355041522_nIl 2 Gennaio 2006 sul Corriere della sera compariva questo interrogativo: “In principio fu il Verbo o il Dna?” Il Premio Nobel per la medicina e la fisiologia James D. Watson, scopritore della molecola del DNA, ha dichiarato di saperlo. Infatti, se l’universo fosse opera di un Creatore, il pipistrello avrebbe le piume. Lo studioso che rivoluzionò la biologia, nel suo articolo spiega come Darwin abbia liberato l’uomo dalla superstizione, offrendogli un mondo naturale che non era mai stato così meraviglioso.

Più che le sue teorie scientifiche, mi ha colpito la folgorante (?!) conclusione cui è giunto il signor James con le sue mirabili scoperte, cui peraltro dobbiamo essere grati: “Possiamo vivere la nostra vita senza il costante timore di aver offeso questa o quella divinità che va placata con incantesimi o sacrifici, o di essere alla mercé dei demoni o delle Parche. Se aumenta la conoscenza, l’oscurità intellettuale che ci circonda viene illuminata e impariamo di più della bellezza e della meraviglia del mondo naturale. Non giriamoci attorno: l’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro.

L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.”

Caro lettore, stai pure dalla parte di chi vuoi. Sappi però che, se mi vieni dietro, un tratto di oscurità, un tunnel lo dobbiamo attraversare. Ma devi anche sapere che la tenebra più che da ottusità intellettuale deriva da un fattore genetico: il mio telescopio non va oltre le stelle. Perché la luce è talmente accecante che risulta impossibile sfondare quello sbarramento. A meno che… A meno che non venga qualcuno a “familiarizzare” con noi, poveri pipistrelli senza piume.

Quando la Parola mette su famiglia – Giovanni, che era solo Apostolo ed Evangelista e difficilmente avrebbe preso il Nobel per via delle sue ri-velazioni, ha indagato anche lui ed è riuscito proprio dove il geniale James D. Watson, con tutta la carica del suo sapere, non ha potuto introdurre la sonda. Ed ecco i risultati della perlustrazione:

In principio, / prima che Dio creasse il mondo / c’era colui che è “la Parola”. / Egli era con Dio, / Egli era Dio. / Egli era al principio con Dio. / Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. / Senza di lui non ha creato nulla. / Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. / Quella luce risplende nelle tenebre / e le tenebre non l’hanno vinta”…/ Egli era nel mondo,/ il mondo è stato fatto per mezzo di lui, / ma il mondo non l’ha riconosciuto. / È venuto nel mondo che è suo / ma i suoi non l’hanno accolto. Alcuni però hanno creduto in lui. / A questi Dio ha fatto il dono / di diventare figli di Dio. / Non sono diventati figli di Dio per nascita naturale, / per volontà di un uomo: / è Dio che ha dato loro la nuova vita. / Colui che è “la Parola” è diventato un uomo ed è vissuto in mezzo a noi uomini. / Noi abbiamo contemplato / il suo splendore divino. È lo splendore del Figlio unico del Dio Padre pieno della vera grazia di verita! “ (Gv 1,ss). Qui è condensato tutto il Natale. Da leggere e rileggere, parola per parola, in chiesa e in casa, in atteggiamento adorante.

Lasciando agli scienziati di proseguire per la loro strada, con l’augurio sincero che non finiscano intrappolati nella rete dei pregiudizi, proseguo per la via indicata dalle Scritture. Noi siamo nella Parola di Dio, essa ci spiega e ci fa esistere. Questa è la nostra fede. E’ stata la Parola per prima a rompere il silenzio, a dire il nostro nome, a dare un progetto alla nostra vita. Non sarà mai ripetuto abbastanza che:

  • È in questa Parola che il nascere e il morire, l’amare e il donarsi, il lavoro e la società hanno un senso ultimo e una speranza.

  • E’ grazie a questa Parola che io sono qui e tento di esprimermi e tu sei lì e cerchi d’intendermi: “Nella tua luce vediamo la luce” (Sal 35,10)

Di fronte al mistero del Dio Vivente, auspico che ogni lettore possa provare con me quell’impressione di Isaia che sentiva il disagio delle labbra impure (Is 6,5): “Allora gridai: / “È finita! Sono morto. È finita perché sono un peccatore / e ho visto con i miei occhi il Re, il Signore dell’universo! / Ogni parola che esce dalla mia bocca / e da quella del mio popolo / è solo peccato”.

Dire famiglia è parlare del Dio vivente, sentirsi alla Sua presenza. Viene spontanea l’implorazione di Pietro: “Signore, allontanati da me che sono un uomo peccatore” (Lc 5,8). Ai credenti certamente, ma anche a coloro che non si sentono di condividere la fede cattolica, la Parola di Dio, che è per tutti, può parlare, aprire la via del cuore. Ogni uomo dalla Parola può essere messo al servizio dell’uomo.

Angelo Nocent

(da UN POPOLO IN CAMMINO – Parrocchia di Monte Cremasco – N. 227 – Dic. 2017)