LETTERA APERTA A UN BAMBINO PER LA PRIMA COMUNIONE – Angelo Nocent

1-Scan1001725 aprile 1986

Caro Paolo,

da ora in poi, il 25 Aprile di ogni anno, mentre tutti gli italiani continueranno a festeggiare la “liberazione”, (a scuola ti spiegheranno il perché), tu avrai un grosso motivo in più per esultare della tua liberazione.

eucaristiaCol passare del tempo capirai sempre più e meglio cosa ti è successo in questo giorno. Il fatto è che sei stato coinvolto nella morte e nella risurrezione del Signore. Il che significa che sei diventato un altro, ossia sei tu, ma non sei più tu, è Cristo che vive in te.

Per questa circostanza così importante, ti abbiamo comperato le scarpe nuove come le desideravi. Hai anche voluto la giacca e cravatta, camicia e calzoni, come usano i grandi. Effettivamente, senza che noi ce ne accorgiamo, stai crescendo.

Sappiamo che hai dormito poco quella notte. Capita così anche a noi quando c’è un appuntamento importante. Mentre ci preparavamo per accompagnarti alla chiesa, ti sei guardato più volte allo specchio. Eri orgoglioso di trovarti diverso, più sicuro di te. Avevi una tale fretta e fremevi, che hai deciso di scendere da solo, temendo che ti facessimo arrivare in ritardo.

Perché mai ho deciso di scriverti? Non lo so bene. Forse perché noi genitori si vuole sempre che i figli siano all’altezza della situazione. La ragione più vera però è un’altra: il timore che di questo giorno ti resti il ricordo delle esteriorità e frivolezze di cui ti abbiamo circondato e svanisca l’incanto di una bellissima storia d’amore.

ManiTu sai che nel mondo ci sono ogni anno tanti bambini che fanno la prima comunione. Non tutti possono avere le scarpe nuove, indossare un costoso vestito, non sempre possono permettersi un buon pranzetto al ristorante, i regali, le bomboniere…Ma le mamme anche dei meno fortunati, nel giorno della prima Comunione fanno indossare ai bambini un qualcosa di diverso dal solito.

I tuoi genitori hanno potuto accontentarti in tante cose e farti festa. Ma vorrebbero che ti rimanesse il ricordo che il vestito bello, nuovo, voleva semplicemente aiutarti a capire e provare la gioia della Pasqua di Gesù. Sì, perché ogni Messa è una festa, una Pasqua, ossia il piacere di smettere un vestito fatto di invidie, gelosie, rancori, dispetti, litigi, pigrizia…, per indossare quello Nuovo, fatto di bontà, pazienza,sollecitudine, generosità. Ma questo indumento non è di stoffa: è Spirito e Vita. Lo Spirito di Gesù risorto che ti avvolge e penetra in te, che ti fa nuova creatura, una cosa sola con Lui. Tutto ciò è più difficile da dire che da capire, perché l’Amore non si spiega, si prova, un bacio non si spiega, si dà.

Gesù viene in te perché gli piaci e si diverte un mondo in tua compagnia. E poi ha tanti segreti da svelarti. E poi ha voglia di guidarti in cordata a scalare ardue vette. Sono certo che ti porterà anche in alto mare e prima o poi, ti coinvolgerà in una meravigliosa avventura…Come lo so? Perché si è comportato così anche con me.

Prima ComunioneAll’offerta dei doni avete portato sull’altare un grosso pane e dei grappoli d’uva. Poi il sacerdote vi ha fatto mangiare una sottilissima Ostia senza sapore e non vi ha fatto assaggiare il Vino Nuovo. Non capirò mai perché. Qualcuno dice: per comodità. Io sostengo: per pigrizia e poca fantasia. Ma non è importante. Ciò che conta piuttosto è capire perché Gesù ha scelto il pane e il vino per l’Eucaristia. Egli lo ha fatto perché questi erano gli alimenti-base della civiltà mediterranea. Sono sicuro che se Gesù fosse nato in Giappone, avrebbe usato il riso e il the o il saké per la sua nuova Pasqua.

E’ importante che tu capisca una cosa: il pane e il vino sono come “campioni” di tutti i frutti della terra: del riso, del granoturco e del cacao, del caffè, del cocco e del banano, del saké, del the, dell’ idromele e della chicha. Ciascun frutto è come la sintesi del cosmo, è un pezzetto di materia cosmica assimilabile. Devi sapere che noi siamo quello che mangiamo. E come i frutti mangiati, assimilati, diventano nostro corpo, così possiamo dire che anche la nostra carne, il nostro sangue sono pane, vino, riso, latte. Ora qui viene il bello: quando il pane e il vino da noi offerti a Dio sull’altare, si “convertono” nel Corpo e nel Sangue di Cristo, simbolizzano il nostro corpo e il nostro sangue “convertiti” nel Corpo e nel Sangue di Gesù. E, se il pane, il vino, a contatto con te diventano tua carne, tu a contatto con Gesù diventi suo Corpo, suo Sangue.

Tutto questo gli uomini lo chiamano “mistero”, ma e più di tutto un grande miracolo. E noi siamo così circondati da miracoli che ci passano inosservati: un seme che germoglia, un bambino che nasce, l’acqua, il sole, le stelle, il telefono, la TV…

Tutto ciò che è prodigioso è un miracolo, ma un miracolo è anche tutto ciò che è ordinario e che passa inavvertito. Perché questo è il nostro Dio: un papà, una mamma, che sa continuamente rinnovare i prodigi. E la tua prima Comunione non è che uno dei tanti miracoli che hai già visto e vedrai nella tua vita.

Da ora in poi, dal momento che hai creduto possibile Gesù diventasse una cosa sola con te, la tua vita sarà ogni giorno piena di miracoli. Spesso non ti sorprenderai nemmeno, tanto ti sembreranno consueti certi avvenimenti. Ma io so che Gesù ti ha cambiato gli occhi. Adesso tu vedrai le cose, le persone, in un altro modo perché vedrai con i Suoi occhi. Stai attento però. Non essere distratto, vigila. Qualcuno tenterà ogni giorno di accecarti, o almeno di annebbiarti la vista: è lo Spirito del Male. Peccato è proprio il vedere la realtà con altri occhi, è allucinazione, scambiare le cose, confondere, invertire le cifre, così che alla fine i conti non tornano.

Marisa, la tua catechista, mi ha assegnato l’incarico di proclamare la prima lettura, Atti degli Apostoli 2, 42-47. Lei non lo sa, ma ti confesso che mi ha rovinato la giornata. Perché? Non si possono leggere a un’assemblea di bambini e di adulti parole come queste: “Tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che Possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo le necessità di ciascuno”, non si possono udire senza provare un enorme disagio. Si può anche far finta di nulla, ma lo Spirito di Dio che parla, sollecita, incita, come farlo tacere dentro?

Tu sei ancora bambino, ma ben presto ti accorgerai che noi grandi da quest’orecchio ci sentiamo poco. Tutti, compreso i sacerdoti. Vendere, mettere i beni in comune, dividere secondo le necessità di ciascuno, ci sembra improponibile, irrealizzabile. Ma è solo perché non ci fidiamo di Dio e anche noi abbiamo altri dei. Così, io ho fatto finta di nulla, Don Antonio, ha fatto finta di non aver capito, l’assemblea ha fatto finta che si parlasse dei primi cristiani e non di noi, e tutti abbiamo messo il cuore in pace.

Spesso in chiesa, per tante ragioni, usano parole difficili e poi la gente non le capisce e devono fare la “catechesi” per spiegarle. Messa, Eucaristia, sono alcune di queste parole incomprensibili.

La Messa è credere che Dio ci ama, gioire per quello che fa per noi. Eucaristia è un’altra parola difficile che vuol dire tante cose insieme: ringraziare e lodare Dio, meravigliarsi per la Sua fedeltà, generosità, misericordia, esserGli riconoscenti. Celebrare l’Eucaristia quindi è fare tutte queste cose insieme, ossia compiere l’azione più gioiosa del mondo. Purtroppo, le nostre Messe non sono sempre gioiose e a tanta gente che si siede a tavola manca l’appetito. Che fare?

Amici 01Devi sapere che, prima di Gesù, la religione, ossia il rapporto con Dio era molto complicato e ci volevano grandi sforzi di mente, di fantasia, tanti ragionamenti per poterlo conoscere. Ma Dio ha voluto che le cose fossero molto semplici e ha deciso di diventare qualcuno che si può amare, baciare, toccare, ascoltare. Così Lui è diventato per noi uno che si può perfino inghiottire e bere, uno che può penetrare in noi attraverso i nostri sensi.

Questo è il mio Corpo” vuol dire vederlo, toccarlo, qualcuno a cui ci si può aggrappare. Se lo comprendi, scoppierai di gioia. Quella piccola Ostia che ricevi è solo farina e acqua. Il suo sapore è insignificante. La mangi e non provi speciali sensazioni. Ma ciò che ti succede assomiglia un poco alle trasfusioni di sangue che i medici fanno alla mamma quando non ha più forza. I globuli rossi racchiusi in un sacchetto di plastica apparentemente non danno alcun segno di vita, ma quando vengono iniettati nelle vene, tutto il suo corpo si riprende e anche il suo spirito sembra rinascere.

Noi sappiamo ben poco di ciò che succede. Ma ogni volta ci accorgiamo che è accaduto in lei qualcosa di molto importante, un prodigioso miracolo. Così è dei bocconcini di pane che stanno sull’altare: nel piatto non danno segni di vita, ma chi ne mangia, ha la Vita. E tutti si accorgono che noi siamo cambiati; anche gli altri sentono scorrere nelle loro vene una nuova Forza, perché, come tanti sono i chicchi, ma una sola è la spiga, così tutti formiamo un solo Corpo, i credenti in Cristo, la Chiesa.

Col tempo ti accorgerai che tutto ciò è vero, reale, visibile, ma è solo lo Spirito Santo di Gesù, il Crocifisso-Risorto, che può farti gustare e comprendere le cose di Dio. A Messa, ti raccomando, cerca sempre di cantare a piena voce, perché Gesù è felice di vederti contento e gioioso. Inoltre, chi ti è accanto sarà trascinato e coinvolto anche lui nell’inno di lode di tutta la Creazione.

Un’ultima cosa. Quando il sacerdote dice: “La Messa è finita, andate in pace”, non dimenticare che è solo un modo di dire per sciogliere l’assemblea. Perché non è vero che la Messa finisce: la tua Messa appena incomincia. Sì, incomincia nella tua vita, in casa, a scuola, tra i compagni. Non puoi tenere soltanto per te la gioia di aver incontrato, visto, toccato il Signore. Devi anche trasmetterla agli altri. Vedrai, quando tutti sentiranno il bisogno di fare questa tua esperienza, alla TV non sentiremo più parlare di guerre, violenze, droga, rapine…

Oggi il tuo cielo è sereno ma potrebbe anche annuvolarsi. Non scoraggiarti mai, per nessuna ragione, E, se dovesse accadere, sai dove potrai sempre trovare un Amico sincero.

ministricomunione-150x150Ho pensato di chiedere al Parroco il permesso di portare la comunione ai malati, la Domenica. Potremmo andarci insieme, con tua sorella e la mamma. Che ne dici? Ti ricordi quando hanno portato il Viatico a casa nostra perché la mamma stava male? Gesù aiuta i malati, vuole che guariscano. E’ un peccato non farlo, soprattutto quando i sacerdoti sono molto impegnati in parrocchia. Sei convinto?

So di aver abusato della tua pazienza. Leggi questa lettera quando sarai più grande, se vorrai. Ma adesso credo sia proprio giunto il momento di starmene un po’ zitto. Ho intuito che anche tu hai tanto da insegnarmi.

Tuo papà

Holy Communion

Carlo Maria Martini - Eucaristia 2



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2016

Gesù30

MA PAOLO E’ CRESCIUTO…

Paolo Nocent 2

Paolo Nocent

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LA CENA DEL SIGNORE CON IL VESCOVO DANIELE – Angelo Nocent

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Messa “In Cena Domini” 13 apr. 2017

Con il nostro vescovo DANIELE GIANOTTI

Con molta solennità l’evangelista Giovanni apre la seconda parte del suo vangelo – dedicata totalmente al mistero della Pasqua – con la pagina che abbiamo appena ascoltato: e, ricordando l’antico significato della Pasqua come «passaggio», presenta l’ora pasquale di Gesù, il momento decisivo della sua vicenda, come «l’ora di passare da questo mondo al Padre».

Questa frase, come accade quasi sempre in Giovanni, dobbiamo leggerla secondo diverse angolature. La più immediata è senz’altro quella che allude alla morte ormai imminente di Gesù; morte attraverso la quale Gesù compie il grande «viaggio», che tutto il Vangelo di Giovanni descrive: egli, dice l’evangelista, «era venuto da Dio e a Dio ritornava», dopo aver compiuto l’opera che il Padre gli aveva dato da fare (cf. Gv 17, 4).

In questo modo, però, la morte stessa è trasfigurata; e se agli occhi degli uomini essa sembra una sconfitta, un fallimento, davanti a Dio – e quindi anche per Gesù, e per chi guarda a lui nella fede – essa rappresenta la vittoria, il compimento, la «pienezza»: questo vuol dire l’evangelista, quando dice che Gesù, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò ‘sino alla fine’» cioè, appunto, fino alla pienezza, dalla quale nulla e nessuno rimane escluso.

Il «passaggio» che Gesù compie in quest’ultima «ora» – il passaggio pasquale, che contempleremo e celebreremo nei tre Giorni santi del Signore crocifisso, sepolto e risorto – non è, allora, soltanto ciò che è accaduto in quel giorno, o in quei giorni, forse all’inizio di aprile dell’anno 30.

Il «passaggio pasquale» è stato, potremmo dire, anzitutto il modo di vivere costante di Gesù. Tutta la sua vita ha anticipato e preparato la Pasqua, perché tutta la sua vita non è stata altro che ricevere tutto dalle mani del Padre e tutto riconsegnare a lui: il che è appunto ciò che giunge a compimento nella Pasqua.

Così, ad esempio,

  • Gesù riceve dal Padre l’umanità malata, ferita e peccatrice, per ricondurla a lui nella gioia della salvezza e del perdono;
  • accetta dal Padre di vivere in un mondo segnato dalla menzogna, dalla sopraffazione, dalla violenza, per restituirlo a lui trasfigurato nella verità, nella giustizia, nella pace;
  • accoglie dal Padre i discepoli che il Padre gli dà, anche se sono povera gente, anche se sono Giuda che tradisce e Pietro che rinnega e tutti gli altri che fuggono, per restituire al Padre l’umanità nuova, la Chiesa dei credenti, la comunità dei discepoli e dei testimoni;
  • accetta, nella sua dedizione filiale, di lasciarsi rinchiudere nell’oscurità della morte, per vincere la morte con la forza disarmata dell’amore e permettere così al Padre di essere pienezza di vita per il mondo.

La Pasqua, l’«ora» decisiva di Gesù, raccoglie tutto questo e lo porta, appunto, al compimento supremo, al «passaggio» definitivo. E, attraverso la Pasqua, Gesù rende possibile anche per noi di vivere secondo questo stile «pasquale». Anche per noi, infatti, non si tratta soltanto di celebrare la Pasqua come ricorrenza che di anno in anno si ripete (e anche nella celebrazione settimanale della Pasqua, che è la domenica); si tratta, invece, di vivere sempre secondo questo «passaggio».

Per fare questo, dobbiamo anzitutto accogliere ciò che il Signore ci dona. E non è facile, come mostra la reazione di Pietro al gesto di Gesù che vuole lavargli i piedi. Non è facile, perché accogliere significa anche riconoscere la nostra incapacità, la nostra povertà. Non è facile, perché ciò che Gesù ci dona può sembrarci fragile, debole, impotente. Se davvero vivere secondo la Pasqua significa anche lottare – come ha fatto Gesù – contro le forze della menzogna, del male, dell’ingiustizia, della morte che in tanti modi ancora sembrano dominare il mondo, a che cosa serviranno gesti che forse ci sembrano vuoti, come i sacramenti – come l’Eucaristia, affidata dal Signore ai discepoli proprio in questa sera; o anche gesti spiccioli e precari di carità, come quello che ci viene suggerito dalla lavanda dei piedi?

Occorre davvero lo sguardo della fede, lo sguardo che ci fa passare «da questo mondo al Padre», per riconoscere tanto nel sacramento dell’Eucaristia quanto nell’umile piegarsi del Signore ai piedi dei discepoli il dono della vita, il Corpo offerto e il Sangue versato, l’offerta di sé da parte del Figlio di Dio, il mistero di grazia e di perdono che siamo chiamati anzitutto – lo ripeto – a ricevere umilmente, se ci interessa sul serio passare anche noi da questo mondo al Padre, passare anche noi dal modo di vivere secondo questo mondo a quello che ci è dischiuso da Cristo.

E se sapremo accogliere tutto questo dal Signore, sarà possibile anche per noi vivere secondo la Pasqua. E così riusciremo anche a non fare dell’Eucaristia solo un rito ripetuto meccanicamente, e saremo capaci di piegare effettivamente la nostra vita ai piedi dei poveri, dei malati, degli esclusi, dei disperati…

E potremo anche, come Gesù, non lasciarci intimorire dalle forze della morte, dell’ingiustizia, del peccato, della menzogna, per lottare contro di esse con le sole armi che il Signore ci ha consegnato: la fiducia in Dio, la ricerca umile della verità, la perseveranza che nasce dalla fede, e soprattutto la carità portata fino al dono totale di noi stessi.

Scopriremo così sempre meglio che la morte è stata già vinta dall’amore, e che il passaggio pasquale, aperto dal Signore Gesù, è anche per noi la strada della vita, sulla quale incamminarci con gioia e fiducia.

TELEGRAMMA: “AMICO LAZZARO GRAVE” – Angelo Nocent

 


RIANIMAZIONE DI LAZZARO


di Alberto Maggi

Vangelo di Giovanni 11, 1-44.

Trasposizione da audio- registrazione non rivista dall’autore.

La trasposizione è alla lettera, gli errori di composizione sono dovuti alla differenza tra la lingua scritta e la lingua parlata e la punteggiatura è posizionata ad orecchio. Simonetta F.
Tratteremo di quelle che vengono chiamate resurrezioni nei vangeli. A rigor di termini non possono essere chiamate resurrezioni ma rianimazione di un cadavere, San Paolo nella lettera ai Romani (6,9 ) dice chiaramente l‟unico che è resuscitato dai morti e non muore più è Gesù Cristo, perché tutti coloro – e sono pochi – che Gesù ha resuscitato dai morti, poi senz‟altro dopo sono morti un‟altra volta.

C‟è da chiedersi se Gesù gli ha fatto un favore. Non so se conoscete il libro di quel Nobel portoghese Saramago ”Il vangelo secondo Gesù Cristo”; quando Gesù volle resuscitare Lazzaro, c‟è la sorella che cerca di impedirglielo e gli dice esattamente così: ”Nessuno nella vita ha commesso tanti peccati da meritare di dover morire due volte”.

Perché se come si crede, dopo la morte, si entra in uno stato di pienezza totale, si fa un favore a resuscitare il morto? E questa persona, una volta resuscitata, come vive con la prospettiva di dover morire un‟altra volta?

Le cosiddette resurrezioni nei vangeli sono pochissime, sono appena tre. Due di anonimi: la resurrezione della figlia di Jairo in casa, era appena morta; nel vangelo di Luca la resurrezione del figlio della vedova, nel corso del funerale.

Noi tratteremo quella più difficile, perché è l‟unica con il nome, ma è l‟unica dove il morto è già da quattro giorni nel sepolcro. Resuscitare un morto, che è ancora caldo, durante un funerale si può fare, ma resuscitare uno che puzza già – come dice Marta – è complicato.

Nei vangeli ci sono appena tre resurrezioni, un po‟ poche. Se Gesù aveva veramente il potere di far ritornare in vita i morti, perché non lo ha esercitato un pò di più?

Nel vangelo di Matteo – ma lo vedremo meglio a suo tempo – c‟è una resurrezione imbarazzante perché, scrive l‟evangelista, al momento della morte di Gesù, ” Le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono – e attenzione – e molti corpi di santi morti risuscitarono”.(Mt. 27,51-53).

Nel momento in cui Gesù muore si aprono i sepolcri, resuscitano i morti. Notate la stranezza “E uscendo dai sepolcri dopo la sua resurrezione”. Loro resuscitano, ma non è Pasqua e aspettano. Aspettano di uscire dai sepolcri il giorno di Pasqua. Ĕ una resurrezione collettiva, imbarazzante, e non c‟è commentatore che non affermi che si tratta di una descrizione simbolica con la quale l‟evangelista vuole affermare che la resurrezione di Gesù verrà trasmessa anche a tutti quelli che erano deceduti prima di lui.

Le resurrezioni che abbiamo nei vangeli, sono un fatto vero o un fatto storico? Riguardano la fede o riguardano la cronaca? Ecco, a voi la risposta.

Pensate a un funerale. Pensate che, leggere il vangelo della resurrezione di Lazzaro, sia di conforto e di consolazione per le persone che piangono il defunto? Non credo. Alle persone che piangono il loro caro che è morto, se noi leggiamo con l‟interpretazione storica letteraria il vangelo di Lazzaro, non solo non si dà conforto, ma si dà rancore. Gesù, se tu fai resuscitare i morti, non potevi impedire che questo mio caro morisse? Leggere a un funerale la resurrezione di Lazzaro non solo non conforta la gente, ma fa crescere un rancore verso questo Signore che è stato assente.

C‟è da chiedersi questa lettura che faremo, va interpretata in maniera storica, è un avvenimento reale, storico o va letta in maniera simbolica, teologica? Riguarda una verità di fede ed è quindi attuale, validissima per noi per le nostre situazioni o qualcos’altro? Ci faremo guidare dallo stile dell‟evangelista.

Ĕ tipico di Giovanni far seguire: “ Io sono “, alle dichiarazioni solenni con le quali Gesù conferma la sua condizione divina e lo fa per tre volte. Per tre volte Gesù afferma” Io sono”.

Io sono è il nome di Dio. Quando Mosè nell‟episodio del roveto ardente chiese a Dio: ”Dimmi il tuo nome”. Dio gli rispose: ”Io sono”. Non è tanto un nome, un‟identità, ma un‟attività che lo rende riconoscibile. Gesù rivendica per sé la pienezza della condizione divina.

Gesù nel vangelo di Giovanni per tre volte dichiara: “Io sono” la condizione divina e fa queste affermazioni:

– Il pane vivo( Gv 6,51).

– La luce del mondo( Gv. 8,12).

– La resurrezione(Gv. 11,25).

A queste tre solenni affermazioni l‟evangelista fa precedere nel primo caso, seguire negli altri due, degli episodi che spiegano e fanno comprendere questa affermazione teologica. Ci sono tre affermazioni di Gesù precedute da Io sono. Io sono il pane vivo che segue l‟episodio della condivisione dei pani. Io sono la luce del mondo e subito dopo c‟è la guarigione del cieco nato. Infine quella che noi vediamo oggi: “ io sono la resurrezione e la vita” (Gv .11,25) e l‟episodio della resurrezione di Lazzaro.

L‟evangelista ci fa già comprendere che la resurrezione di Lazzaro è la scenificazione, la comprensione a livello comunitario di questa solenne affermazione di Gesù:” Io sono la resurrezione e sono la vita .”

Ci faremo guidare come sempre dalle chiavi di lettura che gli evangelisti ci pongono. Per chi ha il vangelo, capitolo 11,1 di Giovanni.

Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella – l‟evangelista compone questa espressione ricalcandola su quanto nel primo capitolo ( Gv 1,44) aveva scritto: ” Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro”.

Perché l‟evangelista per presentare Lazzaro, Maria e Marta ricalca questi primi tre discepoli? Perché sono i primi tre discepoli che sono attaccati alle idee dell‟Antico Testamento. Infatti Filippo diceva: ”abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti”( Gv 1,45).

I discepoli di Gesù non hanno ancora capito la novità portata da Gesù. Pensano che sia un profeta inviato da Dio. L‟evangelista ci dà la prima chiave di lettura. Qui c‟è una comunità che, pur avendo accolto e dato adesione a Gesù, è ancora condizionata dalla tradizione religiosa dell‟Antico testamento. Togliersi dalla pelle e dal nostro DNA una tradizione religiosa è un‟impresa difficilissima.

La prima indicazione è una comunità che ha dato adesione a Gesù, ma che ancora continua a credere con le categorie religiose dell‟ Antico Testamento.

Come viene descritta questa comunità? Anzitutto Lazzaro, il cui nome vuol dire Dio aiuto, è l‟unico malato in questo vangelo che porta il nome. Perché è l‟unico malato? Gesù aveva detto che le sue pecore le chiamava per nome per farle uscire dal recinto, dalla istituzione religiosa. Lazzaro di Betania – ogni qualvolta che nei vangeli troviamo l‟espressione “il villaggio” significa resistenza alla novità di Gesù. Il villaggio è il luogo condizionato dalla mentalità della città, è il luogo della tradizione, il luogo attaccato alla tradizione e resistente alla novità portata da Gesù.

Di Maria e di Marta sua sorella,” noterete in tutta la narrazione che Maria occupa sempre il posto centrale, che è il posto più importante. Gesù non entrerà nel villaggio. Per incontrare Gesù occorre uscire dal villaggio, il luogo della morte, “Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli, suo fratello Lazzaro era malato”(Gv. 11,2).

Qui l‟evangelista anticipa quello che ci sarà nel capitolo successivo. La comunità cristiana, vedendo che la vita è stata capace di superare la morte, fa un banchetto nel corso del quale – mentre in questo vangelo Marta dice” Puzza”, l‟effetto della morte è il puzzo, al contrario l‟effetto della vita è il profumo – Maria inonda di profumo questa comunità. L‟evangelista anticipa già la resurrezione di Gesù, perché Gesù dirà” conservate questo profumo per il momento della mia morte” (Gv. 12,7 ). Non lo faranno, dovranno comperare quaranta chili di profumo per imbalsamare Gesù. Non hanno compreso che la vita di Gesù è capace di superare la morte.

Le sorelle mandarono dunque a dirgli:”Signore, ecco, colui al quale vuoi bene è malato”(Gv,11,3). Questa espressione “colui al quale vuoi bene” è la stessa con la quale, in questo vangelo, si indica il discepolo amato da Gesù. Non significa il cocco di Gesù, Gesù non ha un discepolo prediletto, ma la relazione normale di Gesù con i suoi discepoli è quella di amore. L‟evangelista vuol farci comprendere che Lazzaro è un discepolo perfetto. Ĕ come il discepolo anonimo, quello al quale Gesù mostra il suo amore. L‟evangelista vuol mostrare in Lazzaro quali sono gli effetti dell‟adesione a Gesù.

Chiunque dà perfettamente adesione a Gesù, avrà questi effetti. Qui c‟è una contraddizione dal punto di vista storico. Gli dicono ” colui al quale tu vuoi bene è malato”, la prima cosa sarebbe lasciare tutto quanto e precipitarsi.

Guardate che strano, quanto Gesù vide questo disse:“ Questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché per essa si manifesterà la gloria del figlio di Dio”(Gv11,4). In passato quando non c‟erano gli strumenti attuali per la comprensione dei vangeli, si diceva: Gesù non s‟è mosso, ha aspettato che Lazzaro morisse per fare il miracolo”. Gesù strumentalizza la vita delle persone per fare mostra delle sue capacità. Non è nulla di tutto questo. Gesù è chiaro. La malattia -essendo la malattia di un discepolo che gli ha dato adesione,- non lo condurrà alla morte, perché l‟incontro con Gesù cambia la situazione e l‟identità dell‟individuo, gli comunica e gli trasmette una vita capace di superare la morte.

Perché Gesù parla che si manifesterà nella gloria di Dio? La gloria di Dio cos‟è? Ĕ una comunicazione di una vita capace di superare la morte. La condizione immortale a quell‟epoca era soltanto della divinità, soltanto degli Dei. Ebbene Dio non è geloso di questa sua condizione, ma la comunica anche ai suoi.

Prima le sorelle hanno detto” colui al quale tu vuoi bene”, adesso l‟evangelista invece scrive ”Gesù amava” – sono verbi differenti, il verbo amare significa un amore che comunica vita – ” Marta, sua sorella e Lazzaro”( Gv. 11,5). Notate questi tre nomi, rappresentano una comunità e Maria è sempre al centro.”Quand’ebbe, dunque sentito che era malato si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava”(Gv. 11,6). Gesù non è venuto per alterare il ciclo normale dell‟esistenza delle persone eliminando la prima morte biologica, ma a dare alla morte un nuovo significato ed è questo che l‟evangelista ci vuol fare comprendere.

Poi, disse ai discepoli:” Andiamo di nuovo in Giudea!”- e i discepoli tremano – ” I discepoli gli dissero:”Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”(Gv. 11,7-8). Gesù era scappato dalla Giudea perché, nel capitolo decimo nel tempio di Gerusalemme, aveva dichiarato:” Io sono il pastore”, dichiarando illegittimi e illegali tutti gli altri pastori.

Gesù va pesante, dice che sono ladri perché si sono appropriati del gregge che non è loro . Sono anche assassini perché non pascolano il gregge, ma lo uccidono per il proprio interesse. I sommi sacerdoti hanno tentato di ammazzarlo, ecco la paura dei discepoli.

E Gesù rispose”- per comprendere questa risposta, dopo il vangelo di Matteo, prima di fare sistematicamente il vangelo di Luca, metteremo in cantiere Giovanni e Marco, non versetto per versetto, ma i passi eccellenti. Vedremo lo stile di questo evangelista che struttura tutto il suo vangelo nell‟arco di una settimana. Perché? Il giorno sesto nel libro della Genesi è il giorno della creazione dell‟uomo e in Gesù si manifesta la pienezza della creazione dell‟individuo. – “ Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”.( Gv. 11,9-10 ). Giovanni vuole indicare che l‟attività di Gesù è la continuazione della attività creatrice del Padre e il Padre e Gesù sono una sola cosa.

Così parlò e poi soggiunse loro:” Lazzaro, il nostro amico – prima Lazzaro

era stato detto amico di Gesù, colui al quale tu vuoi bene. Adesso Gesù dice il nostro amico. L‟amicizia è una relazione normale fra i componenti della comunità e tra questi e Gesù. Non c‟è una situazione di sudditanza, di soggezione, ma di amicizia. – “ s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”.(Gv. 11,11). Nella tradizione cristiana primitiva, la morte degli individui veniva chiamata un dormire. Il termine cimitero è una parola greca che significa il dormitorio.

Gli dissero allora i discepoli:”Signore, se si è addormentato, guarirà”. (Gv. 11,12). Non comprendono il linguaggio di Gesù e l‟evangelista specifica: ”Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al dormire del sonno”. (Gv. 11,13). Pur seguendo Gesù, i discepoli non sono entrati pienamente in sintonia con il suo messaggio. Gesù risponde e qui c‟è una contraddizione nella risposta di Gesù.

Allora Gesù disse loro apertamente:”Lazzaro è morto – è un discepolo amato da Gesù, è il componente della comunità che è morto, ed ecco la contraddizione tra l‟annuncio della morte e l‟allegria che Gesù vuol comunicare ai suoi- e io mi rallegro per voi di non essere stato là perché voi crediate. Forza andiamo da lui!”(Gv. 11,14-15). Questo paradosso tra la morte e l‟allegria vuole essere un anticipo della vittoria definitiva di Gesù sulla morte. Gesù parla di Lazzaro come fosse un vivo, dice:” Andiamo da lui”, Gesù non va a resuscitare un morto, ma va ad incontrare un vivo.

Allora Tommaso chiamato Gemello – il soprannome di Tommaso nel vangelo è Gemello. Ĕ il discepolo che più assomiglia a Gesù. Il povero Tommaso, ingiustamente passato alla storia come Tommaso il discepolo incredulo, è quello che nel vangelo dà la più alta professione di fede verso Gesù. Ĕ l‟unico che dice a Gesù ”mio Signore e mio Dio”. Tommaso, nel vangelo di Giovanni, ha un ruolo importante. Ĕ nominato per ben sette volte e, secondo la simbologia dei numeri, significa la perfezione. Perché è chiamato il Gemello di Gesù? Sentite cosa dice:” disse ai condiscepoli:” Andiamo a morire con lui!”.(Gv. 11,16 ). Gesù non chiede di dare la vita per lui perché è lui che comunica la vita a noi, ma a chi lo accoglie, chiede, come fa Tommaso, di dare la vita con lui e come lui. Pietro che tenta di dare la vita per il Signore, finirà tradendolo miseramente.

Arriviamo all‟incontro drammatico di Gesù con la comunità e con la realtà della morte. “ Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quattro giorni nel sepolcro”.(Gv. 11,17). Perché questa precisazione “quattro giorni”? Nel mondo ebraico si seppelliva il cadavere e c‟era la credenza che per tre giorni lo spirito del morto rimanesse nella tomba, fintanto che si riconosceva nei tratti del viso.

Ma quando dal quarto giorno in poi, il processo di putrefazione era avanzato e lo spirito non si riconosceva più nel volto del cadavere, lo spirito della persona scendeva – secondo la concezione dell‟epoca – nello sheol, cioè nella caverna sotterranea che era il regno dei morti. Ĕ quello che in greco è chiamato Ade e in latino Inferi. Poi ha dato origine alla confusione con il termine Inferno, nel quale è disceso anche Gesù una volta resuscitato. La precisazione quattro giorni, significa Lazzaro è completamente morto, è già in stato avanzato di putrefazione.

Betània distava da Gerusalemme circa tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per confortarle per il loro fratello.”(Gv. 11, 18-19). L‟evangelista ci fa capire cos‟è che non va. Gesù è dovuto scappare da Gerusalemme perché i Giudei – con il termine Giudei si intende i dirigenti del popolo, ma in questo caso per la vicinanza a Gerusalemme indica anche il popolo – cercano di fargli la pelle e adesso gli stessi che cercano di fare la pelle a Gesù, vanno a confortare Marta e Maria. L‟evangelista vuol dire che questa è una comunità che non ha ancor rotto con l‟istituzione religiosa e per questo, come c‟è scritto negli Atti degli Apostoli ” godeva della simpatia di tutto il popolo”.

All‟inizio la primitiva comunità cristiana non era vista come una novità da perseguitare, ma uno dei tanti gruppi, gruppuscoli religiosi, che in quell‟epoca sorgevano come funghi. All‟inizio negli Atti c‟è scritto che la comunità godeva della simpatia di tutto il popolo. Gli stessi che hanno cercato di ammazzare Gesù, vanno presso questa comunità per dare conforto. Ĕ una comunità che non ha ancora rotto con l‟istituzione. Adesso vedremo cosa fa.

Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa”.(Gv. 11,20) Maria è l‟immagine del dolore che paralizza le persone, non va incontro a Gesù, é paralizzata dal dolore per la morte del fratello, e Marta? Appena si incontra con Gesù, lo investe esprimendogli tutta la sua pena, ma anche tutto il suo rimprovero. Gli avevano mandato a dire: “ guarda il tuo amico è malato” e Gesù non si è mosso.

Marta disse a Gesù:” Signore, se tu fossi stato qui, non sarebbe morto mio fratello!”(Gv. 11,21). Ĕ la pena, ma è anche il rimprovero e questo è attuale. Ĕ il rimprovero al Signore, che nei momenti di difficoltà, sembra che non muova un dito. Non dico resuscitare un morto, in due mila anni di cristianesimo non è resuscitato nessun morto – anche se Gesù Cristo ha detto” chi crede in me resusciterà i morti” – ma almeno impedire a quelli che stanno per morire di farlo.

Marta sperava in una guarigione, perché ancora non sa che Gesù non è venuto per prolungare la vita delle persone, ma è venuto per sconfiggere la morte, per donare alle persone una vita di una qualità tale che è capace di superare la morte. Marta non dà a Gesù il tempo per rispondere, lo rimprovera e subito gli da i suoi consigli, ha pronta la ricetta.

Ma anche ora so- lei si rifà alla sua esperienza- che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te lo concederà”.(Gv 11,22). Marta sa, il suo sapere è condizionato dal passato, dalla tradizione religiosa, non si è ancora aperta alla novità di Gesù e si vede da ciò che suggerisce a Gesù. Dice:” so che qualunque cosa chiederai – e il verbo chiedere adoperato dall‟evangelista, significa la richiesta di un inferiore verso un superiore. Marta non ha ancora compreso che Dio e Gesù sono un’unica cosa. Marta pensa che Gesù sia un inviato da Dio, un profeta di Dio, il più eccellente, straordinario, ma non ha capito ancora che Gesù e Dio sono la stessa cosa.

Lei adopera il verbo chiedere: che significa una richiesta di un inferiore verso un superiore e non eventualmente il verbo domandare: che in greco significa la richiesta di una persona a un suo pari.

Per Marta Gesù è un mediatore tra Dio e l‟uomo. Lei chiede un intervento che prolunghi di un pò la vita del fratello. Marta crede nel Dio capace di resuscitare i morti. Gesù parlerà invece di un Dio che non fa morire.

Il sapere della tradizione religiosa è un Dio che resuscita i morti. Gesù porta una novità che forse è novità ancor oggi. Dalla esperienza vediamo che molti cristiani pensano ancora alla maniera ebraica. Molti pensano davvero che i morti resusciteranno alla fine dei tempi. Questo era il pensiero giudaico non il pensiero cristiano, nella tradizione religiosa giudaica i morti resusciteranno.

Gesù è venuto a presentare il Dio che non fa morire, che è venuto a trasmettere una vita di una qualità tale che si chiama eterna, non per la durata, ma per la qualità che è indistruttibile.

E Gesù le rispose:” Tuo fratello resusciterà”(Gv. 11,23). Marta rimane male, Marta si sarebbe aspettata che Gesù le avesse detto:” io resusciterò tuo fratello”. Gesù dice:” Tuo fratello resusciterà”.

La resurrezione di Lazzaro non è dovuta a una nuova azione di Gesù – vedremo che Gesù su Lazzaro non compie nessun gesto, ma è l‟effetto della permanenza della vita in questo individuo.

Marta risponde in maniera seccata, malamente, maleducata a Gesù. Dice:” So che resusciterà nell’ultimo giorno”.(Gv. 11,24). Marta di nuovo si rifà a quello che sa. Se voi, a una persona che è nel dolore per la morte di una persona cara, andate a dire: “consolati che resusciterà”, non solo non la confortate, ma la gettate nella disperazione.

Sapere che la persona che mi è morta, resusciterà alla fine dei tempi, per quella volta sarò morto e stecchito pure io. A me manca adesso! Ĕ adesso che io mi sento dilaniato e soffro per la morte della persona cara. Non diciamo alle persone “Consolati, resusciterà”. Capirai che consolazione! Ed è la risposta che Marta da a Gesù.

L‟evangelista vuol portare un cambio radicale nel modo di concepire la morte e la vita. “Gesù le disse:” Io sono – ed è importante, “Io sono” è il nome di Dio, Gesù conferma la sua condizione divina – la resurrezione e la vita;”- la sua presenza comporta la resurrezione perché lui è la vita. In Gesù c‟è la pienezza della vita di Dio e Gesù questa pienezza della vita di Dio, la comunica a tutti quanti lo seguono e lo accolgono. Gesù dichiara:” Io sono, qui, presente in ora la resurrezione perché sono la vita”.

Ecco la prima delle affermazioni “ chi crede – credere nel vangelo significa dare adesione – in me, anche se muore, vivrà;(Gv. 11,25)”. Gesù si rivolge alla comunità, che sta piangendo uno dei suoi componenti che è morto.”Se questo che voi piangete morto ha dato adesione a me – e Lazzaro abbiamo visto è il discepolo perfetto – anche se adesso muore vivrà”. Continua a vivere.

La prima importante dichiarazione che Gesù dà alla comunità di vivi è: “ la persona che voi piangete, se ha dato adesione a me,continua a vivere”. Dare adesione a Gesù significa dare adesione alla vita, significa rispondere alle esigenze che ci porta. Chi ha dato adesione a Gesù, alla vita, sappiamo, ce lo assicura Gesù, che continua a vivere.

Ma la seconda e più importante affermazione perché riguarda noi che siamo vivi,” chiunque vive e crede in me, non muore”.(Gv. 11,26). Non muore più, uguale a vive. Gesù si rivolge alla comunità, a voi, a noi che siamo vivi e che gli diamo adesione, non faremo esperienza della morte. Gesù garantisce che chi gli dà adesione non farà esperienza della morte.

Marta sperava in una resurrezione lontana, Gesù invece si identifica con la resurrezione che è immediata. Noi che siamo vivi e che abbiamo dato adesione a Gesù non faremo l„esperienza della morte. Gesù più volte lo ha detto nel vangelo “chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte”.

Il messaggio cristiano è che Gesù non resuscita i morti, ma comunica ai vivi una vita che è capace di superare la morte. Pertanto i cristiani non credono che resusciteranno, ma credono che sono già resuscitati.

Se leggiamo le lettere di Paolo troveremo l‟espressione, nella lettera agli Efesini” Con lui ci ha anche resuscitati”. Ci saremmo aspettati ci resusciterà. No. Con lui ci ha anche resuscitati. Nella lettera ai Colossesi: “ Se dunque siete resuscitati in Cristo”.

La credenza dei primi cristiani è che per aver dato adesione a Gesù, avevano già subito una vita, di una qualità tale, che quando verrà il momento della morte la supererà.

In un vangelo apocrifo, il vangelo di Filippo c‟è questa espressione interessantissima. L‟autore scrive:“Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia”. Se non si risuscita prima mentre si è ancora in vita, morendo non si risuscita più.

Ĕ chiaro che viene l‟obiezione. Come possiamo dire che non moriamo, quando vediamo che la gente muore? Perché nei vangeli e nel Nuovo Testamento, si parla di morte seconda e a questa che si riferisce Gesù.

Cosa significa la morte seconda? Mi aiuto con un grafico. C‟è un inizio della nostra esistenza, c‟è una crescita nella vita fisica e raggiungiamo la pienezza. La vita ha un inizio, una vita piena e, dispiace a tutti quanti, dopo questo momento di pienezza irrimediabilmente, comincia il declino fisico.

Noi possiamo fare tutte le ginnastiche, mettere le creme che vogliamo. Arriva il declino fino alla dissoluzione totale di questa vita fisica, questo è per tutti. Un inizio c‟è una crescita, si arriva a un momento di pienezza e poi comincia il declino.

Cosa significa declino? Le cellule del nostro organismo cominciano a morire, a non rigenerarsi, si deteriorano finché arriva – speriamo il più lontano possibile – il momento della dissoluzione .

Noi non siamo solo di ciccia, c‟è una vita interiore che è quella della persona e questa lo stesso fa questa parabola. Cresce e quando arriva al momento della pienezza non si ferma e comincia a declinare, ma c‟è come un divorzio, continua a crescere.

Quella è la prima morte, alla quale tutti inevitabilmente andiamo incontro. Questa è la vita che continua, è quella che nel Nuovo Testamento si chiama morte seconda. C‟è il rischio, c‟è la possibilità che quando arriva il momento della morte fisica non ci sia niente di questo, non ci sia una vita interiore. Ĕ la seconda morte.

Qual è il messaggio di Gesù? Non è venuto a liberarci dalla morte biologica, fisica. Questa è irrimediabile, ma come scrive Paolo in una delle sue lettere: ”Mentre l’uomo esteriore va declinando, l’uomo interiore si rafforza”.

Arriva un momento della nostra esistenza, chiaro non abbiamo più il corpo dei vent‟anni, ma non è paragonabile la ricchezza interiore che abbiamo dentro con quella che c‟era a vent‟anni. Questo è quello che rimane. Questa è la morte a cui il credente non andrà incontro.

Gesù non resuscita i morti, ma è venuto a comunicare ai vivi, una vita di una qualità tale, capace di superare la morte.

Gesù chiede a Marta se crede in questo: “Credi tu questo? Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo” – prima sapeva, adesso “crede” , c‟è un passaggio, una crescita nella comunità – “che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.(Gv. 11,27).

Prima Marta credeva che Gesù fosse un profeta straordinario, chiede a Dio. Adesso capisce che Gesù è Dio sono un‟unica cosa. “Sei il figlio di Dio che deve venire nel mondo”.

Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: “Il maestro è qui e ti chiama”.(Gv. 11,28). Perché Marta va a chiamare Maria di nascosto? Abbiamo visto che è una comunità che gode della simpatia delle autorità religiose. Perché? Fintanto che Gesù è ritenuto un profeta non c‟è nessun problema, ma quando la comunità arriva a credere che Gesù e Dio sono la stessa cosa si scatena la persecuzione.

Quando Gesù di fronte al Sommo Sacerdote riconoscerà di essere il figlio di Dio, il Sommo Sacerdote si straccia le vesti e dice: “Bestemmia”. Quando la comunità riconoscerà che in Gesù si manifesta la pienezza di Dio, incomincia la persecuzione.

Qui l‟evangelista l‟anticipa. Fintanto che la comunità credeva Gesù profeta non c‟è alcun problema,quando comincia a comprenderlo come figlio di Dio, comincia la persecuzione.

Quella udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui”.( Gv. 11, 29). L‟arrivo di Gesù toglie Maria dall‟immobilità , dalla paralisi in cui giaceva. Ecco siamo alle battute finali, c‟è un crescendo e l‟evangelista arricchisce ogni termine.

Gesù non era entrato nel villaggio. Gesù non era entrato e non entra. Il villaggio, il luogo della tradizione, il luogo della morte non può vedere la presenza di Gesù. Per vedere Gesù bisogna uscire dalla tradizione e dal luogo dei morti.

Il vangelo di Luca quando le donne arrivano al sepolcro trovano gli angeli che dicono: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo”. Questo bisognerebbe scriverlo in ogni cimitero . Se crediamo che la persona è viva, la cosa più inutile è il cimitero.

Gesù non era ancora entrato nel villaggio, ma si trovava ancora nel luogo”- il termine luogo nel vangelo di Giovanni è usato per indicare il tempio. Quando Caifa decide di ammazzare Gesù dice: “Perché non vengano i Romani e ci distruggono il luogo (il tempio). L‟evangelista vuol dire che la presenza di Gesù è l‟unico santuario dal quale si irradia la vita e la gloria di Dio.

Non c‟è più un edificio in muratura, ma c‟è una persona vivente. “..nel luogo dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a confortarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: “Va al sepolcro per piangere là”. ( Gv. 11,30-31).

Ora per ben tre volte ci sarà la ripetizione del verbo piangere – e il numero tre sta ad indicare la completezza – e adesso vedremo il significato di questo verbo. L‟unica cosa che sanno fare i Giudei è pensare alla morte, è pensare a piangere. Credono sì alla resurrezione nell‟ultimo giorno, alla fine dei tempi, ma quella non è una consolazione.

Seguendo la discepola, escono anche loro dal villaggio, si incontrano con Gesù. “Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!“ (Gv. 11, 32). Maria si rivolge a Gesù quasi esattamente come Marta , solo che Marta ha detto: “Non sarebbe morto mio fratello”. Invece Maria mette l‟accento su ”mio fratello non sarebbe morto”. Mette in primo luogo il ricordo di Lazzaro.

La ripetizione del rimprovero a Gesù, sottolinea che questo è il sentimento forte della comunità. Ĕ una comunità che chiede a Gesù: “Ma tu dove eri nel momento del bisogno”.

Gesù allora quando la vide piangere – e qui notate non c‟era bisogno della sottolineatura del verbo piangere – e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei,” – Maria piange, piangono i Giudei e il verbo piangere viene ripetuto tre volte – “ con lei,” – e qui c‟è un verbo che non è facile tradurre, io lo traduco all‟anconetana –“sbuffò”.

Il verbo greco indica un atto energico, indignato, con il quale si vuol reprimere o il sentimento proprio o l‟azione altrui. Potremmo dire fremette, ma fremette non dà l‟idea. Gesù sbuffò. Gesù sbuffa perché non tollera che venga fatto il cordoglio funebre, disperato per Lazzaro. Esattamente come ha fatto nell‟altra resurrezione, alla casa della figlia di Jairo, dalla quale cacciò via tutti quanti.

Gesù sbuffa perché non tollera che la sua comunità, Maria e Marta, siano senza speranza come i Giudei che credono nella resurrezione alla fine dei tempi. “e turbato disse: “Dove l’avete posto?” Gesù dice :”Dove voi l‟avete collocato”. “Gli dissero: “Signore vieni a vedere”. (Gv. 11,33-34).

All‟inizio del vangelo quando i primi discepoli gli avevano chiesto: “Gesù dove abiti”. Gesù ha detto:”Venite e vedete”. Era il luogo della vita. In bocca ai Giudei è il luogo della morte.

Seconda parte.

Gesù incomincia a prendere le distanze e ci avviciniamo al cuore del racconto. Vedrete che l‟interpretazione ce la dà lo stesso evangelista, dandoci delle chiavi di lettura, delle indicazioni che ci fanno comprendere il significato di questa lunga narrazione.

Ĕ uno dei pochi casi, nel vangelo, in cui un singolo episodio occupa tanto spazio. Abbiamo visto che per ben tre volte l‟evangelista ha detto che Maria e i Giudei piangono. Adopera un verbo che traduciamo con piangere, che significa il lamento funebre, che indica la disperazione. Perché è vero, credevano che ci sarebbe stata la resurrezione alla fine dei tempi, ma questo non era occasione di consolazione ma di disperazione.

Sia Maria che i Giudei piangono, fanno il lamento funebre che indica la disperazione per qualcosa che è irrimediabile. Continuiamo la nostra lettura e siamo al versetto 35.

Gesù cominciò – e qui l‟evangelista sta attento all‟uso esatto dei termini e non si sbaglia e non adopera il verbo piangere, come purtroppo qualche traduttore fa, ma adopera un altro verbo che significa letteralmente lacrimare.

Qual è la differenza? Mentre Maria e i Giudei piangono ed esprimono la disperazione per qualcosa che non è più, Gesù non piange, non esprime la disperazione, però lacrima ed esprime il dolore.

Ĕ molto importante questa distinzione tra i due verbi, che indica l‟esatto comportamento che si deve avere nei confronti della morte. Quando muore la persona cara non ci sarà la disperazione come per chi sa che tutto è finito e non c‟è nessuna speranza. Naturalmente c‟è il dolore, perché fisicamente, concretamente, quella persona che accarezzavamo, che coccolavamo non esiste più. Continua la vita, ma in una maniera differente.

Questo è importante, perché Gesù non è un alieno che di fronte alla morte canta: Alleluia, alleluia! come in certi gruppuscoli si suole fare. Di fronte alla morte non c‟è disperazione, ma senz‟altro c‟è il dolore. Atteggiamenti alleluiatici di fronte alla morte degli individui sono fuori posto. Non c‟è la disperazione, ma c‟è il dolore. Un dolore sereno che naturalmente permane.

Se prendiamo questa lettura – e al termine sarete voi che dovrete decidere che scelta fare – dal punto di vista storico, cioè letterale, ci si chiede: “Ma perché Gesù piange, o lacrima”. Perché Gesù perde il tempo a lacrimare quando sa già che resusciterà Lazzaro.

Vedete è una incongruenza. Se Gesù veramente rianima il cadavere, ma perché piange, perché perde tempo a piangere! Perché Gesù non è venuto a rianimare un cadavere, ma a liberare la comunità dall‟idea della morte – che adesso vedremo – e le lacrime di Gesù mostrano il suo dolore e il suo affetto per questo discepolo amato.

Dissero allora i Giudei: “Vedi come gli voleva bene!”Non capiscono. Per loro l‟azione è al passato, non capiscono che l‟azione di Gesù di amore, di affetto per il discepolo non viene interrotta dalla morte,ma continua dopo la morte. “Ma” – e qui l‟evangelista ci dà già un anticipo di quello che Gesù starà per fare – “alcuni di loro dissero: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse!”.(Gv. 11,37).

Nella guarigione del cieco Gesù aveva ripetuto le stesse azioni del creatore. Il creatore, secondo il libro della Genesi, impastò del fango e fece l‟uomo. Nella guarigione del cieco nato, Gesù con la saliva e della terra fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco nato.

L‟evangelista vuol dire che ora Gesù completa la creazione, facendo rendere conto alla comunità qual è la vera creazione. La vera creazione non termina, come quella di prima, nella morte, ma in una vita che è capace di superare la morte.

Intanto Gesù ancora fremendo “– o per gli anconetani ancora “sbuffando” –“si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra”.(Gv. 11,38). Sono delle indicazioni superflue. Per noi sapere com‟era questo sepolcro, non ci aiuta più di tanto per comprendere la resurrezione, ma non per l‟evangelista.

L‟evangelista dice che era una grotta . Perché adopera il termine grotta? Il termine grotta, letteralmente spelonca, è lo stesso che nel libro della Genesi, si adopera per la grotta, per la caverna, dove vennero seppelliti i tre grandi padri del popolo di Israele, Abramo, Isacco , Giacobbe e con le loro mogli.

Si rifà alla tradizione di Israele. L‟evangelista dicendo che il sepolcro era una grotta, significa che Lazzaro è stato seppellito alla maniera giudaica. La maniera giudaica era che il morto si riuniva con i suoi padri. La comunità non ha compreso la novità di Gesù e lo ha seppelliti alla maniera giudaica “e contro vi era posta una pietra”.

Per ben tre volte nella narrazione compare il termine pietra. Ricordo che il numero tre significa completo. Mettere contro una pietra, significa la fine di tutto.

L‟espressione che adoperiamo nel nostro linguaggio”metterci una pietra sopra“ deriva da questi usi funerari. Quando metti la pietra sopra è finito, non c‟è più nessuna speranza. Per loro è vero, c‟è questa speranza di resurrezione alla fine dei tempi.

Qui adesso abbiamo tre ordini che l‟evangelista ci presenta all‟imperativo, sono ordini che non si possono discutere da parte di Gesù. E il primo è : “Disse Gesù: “Togliete la pietra!”- Siete voi che dovete togliere la pietra messa sopra che rappresenta la fine definitiva – “Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore già manda cattivo odore,poiché è di quattro giorni”: (Gv. 11,39).

Il quarto giorno significava che ormai la putrefazione era avanzata, quindi puzza. La fede che prima Marta aveva espressa, aveva detto: “Sì io credo”, adesso vacilla di fronte alla realtà. Un conto è credere, un conto è trovarsi di fronte alla realtà. La realtà sembra contraddire quello a cui si crede.

Puzza già, è già di quattro giorni. E adesso il versetto 40, è la chiave per comprendere l‟episodio. Dopo di questo alcuni vedranno certe cose altri no.”Le disse Gesù: ”Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. (Gv. 11,40).

Nel colloquio che Gesù ha avuto con Marta – ma mica gli ha detto, perché Gesù dice “non ti ho detto” e quindi qualcosa che Gesù già le aveva detto – ma Gesù a Marta non ha parlato di gloria di Dio, ma ha parlato di vita.

L‟evangelista unisce questi due termini. La gloria di Dio si manifesta in una vita che è stata capace di superare la morte. Ma tutto questo dipende dalla fede di Marta, se Marta crede vede, se non crede non vede niente.

La resurrezione di Lazzaro può essere vista soltanto con gli occhi della fede da quelli che credono, quelli che non credono non vedono niente. Ed è importante quello che Gesù dice: “Se credi, vedrai”.

A Gesù avevano chiesto: “Quale segno tu ci fai perché vediamo e crediamo”. Alla religione si chiede un segno da vedere per poter credere. Ebbene Gesù inverte la formulazione, occorre credere per poter vedere. Il segno non conduce l‟uomo alla fede, ma al contrario è la fede che produce il segno.

La gente gli diceva “mostraci un segno che noi vediamo e crediamo”. Gesù dice: “ no, credete e diventerete voi un segno che si può vedere”. Da adesso in poi la resurrezione di Lazzaro viene condizionata dalla fede della sorella “se credi vedi, non credi, non vedi niente”.

Tolsero dunque la pietra”. – di fronte al rimprovero di Gesù la comunità decide di togliere la pietra messa sopra eliminando la frontiera tra i morti e i vivi e si apre alla vita. “Gesù allora alzò gli occhi al cielo e disse: “Padre ti ringrazio che mi hai ascoltato”. (Gv. 11,41).

Ricordate, Marta aveva chiesto a Gesù di chiedere al Padre. Gesù non chiede, ma lo ringrazia. Il verbo ringraziare, che è lo stesso da cui deriva poi il termine eucaristia, in questo vangelo appare soltanto tre volte. E voi sapete, secondo la tecnica letteraria dell‟epoca, sono avvenimenti collegati. Due volte nell‟episodio della condivisione dei pani e la terza nella resurrezione di Lazzaro.

Questo ci fa capire l‟eucaristia che fra poco, per chi vorrà, celebreremo. Ĕ la condivisione dei pani, cioè il farsi pane per gli altri, quello che permette alle persone di avere una vita capace di superare la morte.

L‟evangelista collega strettamente l‟eucaristia e la resurrezione. Il dono generoso di quello che si è e di quello che si ha, espresso nella condivisione dei pani, comunica una vita capace di superare la morte.

Ecco perché Gesù in questo episodio aveva detto: “Chi mangia questo pane, vive in eterno”. “Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. (Gv. 11,42). Gesù era stato accusato dalle autorità di farsi uguale a Dio, adesso Gesù dimostra che lui e il Padre sono una cosa sola.

E siamo arrivati al momento culminante della narrazione. “E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv. 11,43). Perché c‟è bisogno di gridare da parte di Gesù? Gesù aveva detto : “Verrà l‟ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la mia voce e ne usciranno”. Ĕ la voce del Dio della vita, che chiama, coloro che sono sprofondati nella morte, alla vita.

Naturalmente, penso che lo capiamo, non è che questi stavano lì ad aspettare questa voce del Signore. Sono già resuscitati, tutti quanti, è che la comunità non se n‟è resa conto. La resurrezione esisteva prima di Gesù. Gesù ce ne ha fatto prendere coscienza. Non è che questi stavano ad aspettare questa voce.

Qui notate la descrizione, Gesù chiama: “ Lazzaro vieni fuori”. Non viene mica fuori Lazzaro. C‟è scritto “Il morto uscì”. Avrebbe dovuto scrivere correttamente “Lazzaro uscì”. Lazzaro è ormai con il Padre, Lazzaro è già resuscitato, Lazzaro è già nella pienezza dell‟amore di Dio.

Quello che deve uscire non è Lazzaro, è il morto. “Il morto uscì” – i primi commentatori di questo vangelo, vedendo questa descrizione strana dicevano miracolo nel miracolo perché uscì – “con i piedi e le mani legate da bende – immaginate questo morto che zompetta; come faceva questo morto, che era legato come un salame, a uscire dal sepolcro, non si sa. – “e il volto coperto da un sudario”. ( Gv. 11,43).

Questa maniera di seppellire i morti, non era quella in uso tra i Giudei. Il cadavere veniva lavato con aceto, profumato e poi veniva posto un lenzuolo sopra. Questo modo di dire “i piedi e le mani legate da bende”, non si legavano i piedi e le mani. Perché l‟evangelista adopera questa espressione? Perché Lazzaro è legato come un prigioniero, prigioniero della morte.

Sono tanti i salmi che descrivano la morte come una prigionia. Per esempio dice: “ mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci dello sheol, – lo sheol è il regno dei morti – mi avvolgevano i lacci della morte ecc.. La morte veniva considerata essere legati mani e piedi.

Per il sudario il riferimento è al profeta Isaia che nel capitolo 25 afferma: “Egli, il Signore strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia, cioè il sudario, di tutti i popoli, eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio, asciugherà le lacrime di ogni volto.”

Colui che esce, quindi non è Lazzaro. Lazzaro sta già nella gloria del Padre. Ĕ la comunità che deve cambiare mentalità e liberarsi di un Lazzaro morto e legato con le funi della morte.

Abbiamo detto ci sono tre imperativi, il secondo e il terzo: “ E Gesù disse loro: “Scioglietelo” – sciogliendo il morto è la comunità che si scioglie dalla paura della morte. Lazzaro è già con il Padre, è il morto che deve essere sciolto

Poi clamoroso, è la chiave di lettura di tutto l‟episodio – noi adesso proviamo ad immaginarci di essere, realmente, di fronte alla tomba della persona cara che ci è morta ultimamente. Per un avvenimento straordinario questa persona resuscita e cosa faremmo? Lo accoglieremo, lo festeggeremo, qualcuno un po‟ schizzinoso gli dà una lavata.

Invece l‟ultimo imperativo di Gesù che è la chiave di lettura di tutto questo brano “e lasciatelo andare”. (Gv. 11,44). Che strano, non fatelo venire o accogliamolo, “lasciatelo andare”. E questa è una contraddizione. Ci sono le sorelle disperate che piangono il morto, il morto resuscita, invece di dire: accogliamolo, andiamo incontro, “lasciatelo andare!”

Questo verbo andare, è stato usato da Gesù per indicare il suo cammino verso il Padre, “Dove io vado, voi non potete venire”. Gesù dice: “Lasciate andare Lazzaro verso la pienezza del Padre”. Gesù non restituisce, come ci si sarebbe aspettato, Lazzaro ai suoi, ma lo lascia libero di andare.

Ĕ chiaro, non è che Lazzaro debba ancora andare dal Padre, c‟è già. Ĕ la comunità che deve lasciarlo andare senza trattenerlo come un morto. Fintanto che noi piangiamo disperati, per la morte di una persona cara, la teniamo legata, immobilizzata, nelle funi della morte.

La persona cara naturalmente, non è quella che piangiamo, quella è già nella gloria, nella pienezza della vita di Dio. Ma siamo noi che dobbiamo scioglierci e slegarlo e farlo andare via.

Con questo episodio si chiede un cambio di mentalità alla comunità cristiana per passare dalla concezione giudaica della morte a quella cristiana. Ed ecco, abbiamo concluso, il finale “ Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, – chi? Maria o Gesù? L‟evangelista è ambiguo, è azione di Gesù ma è azione di Maria – credettero in lui”. (Gv. 11,45).

Gesù ha mostrato che Lazzaro è vivo, ma è stata la comunità, rappresentata da Maria che ha sciolto il morto e lo ha lasciato andare, perché ha compreso che la qualità di vita comunicata da Gesù supera l‟esistenza della morte.

La morte non solo non distrugge l‟individuo, ma lo potenzia. La morte è una ricreazione, una resurrezione, una nuova creazione nella quale la persona viene ricreata completamente da Dio. Questo converte la comunità, in una testimonianza visibile di una vita capace di superare la morte e attira anche i Giudei.

Abbiamo detto all‟inizio, ho voluto fare questo brano anche come ricordo, come omaggio alla mamma di Riccardo. Dicevo all‟inizio di questa esperienza dolorosa, – conoscevo la mamma di Riccardo ormai da più di venti anni, un grande affetto da parte mia, – penso che ho vissuto la morte della madre di Riccardo, come la può aver vissuta un fratello.

Nel dolore, tanto, abbiamo sperimentato la certezza, la verità del messaggio di Gesù. Ripeto in un bagno di dolore tanto grande emergevano più che mai vere le parole di Gesù. Quello che noi vi diciamo, non è un insegnamento teorico, è esperienza di vita. E l‟occasione di questa morte ce lo ha dimostrato. Ci ha dimostrato che è vero quello che Gesù dice “cercate il regno e il resto vi viene dato in abbondanza”.

Credo che possiamo affermare senza superbia, che noi ci diamo senza risparmio in questa attività, ma quando ne abbiamo bisogno, abbiamo una risposta mille volte superiore a quello che possiamo dare. Il Signore tutto trasforma in bene, anche un avvenimento doloroso e poi, vera più che mai, la frase di Gesù:”A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

L‟atteggiamento nei confronti di una morte devastante non si improvvisa. O uno ha dei serbatoi di ricchezza dentro, che in quel momento affiorano, “a chi ha sarà dato”, oppure in quel momento uno è incapace di qualunque reazione.

Ecco, il Signore tutto trasforma in bene. “A chi ha sarà dato” “cercate il regno e il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Nell‟esperienza dolorosa della morte della mamma di Riccardo, avevamo una serenità crescente, contagiante. Tanto è vero che quando ho celebrato la messa nel suo paese, eravamo un po‟ imbarazzati perché eravamo così contenti. Dico: non è che la gente interpreterà male questo atteggiamento. Eravamo pieni di contentezza pure nel dolore.

L‟episodio che abbiamo trattato non è di facile comprensione. Quando venti anni fa per la prima volta mi accinsi a studiarlo, mi ci sono voluti cinque anni per capirlo,a livello intellettuale sì, perché il testo è chiaro, ma prima che ti entri dentro ti devi scrostare tutte le tradizioni che ti trovi dentro e ci ho messo cinque anni.

Sono anconetano, sono testardo, mi c‟è voluto. Dico questo se qualcuno si trova sconcentrato di fronte a questo episodio, a questa interpretazione. L‟importante è accogliere questa proposta

Abbiamo quindici minuti per i vostri interventi, per le vostre domande, per quanto riguarda il tema della morte e della resurrezione.

Domanda.

Naturalmente i dubbi sono tanti. Al versetto 25 “anche se muore vivrà” un verbo al presente e un verbo al futuro. Come seconda domanda “chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Dimmi cosa non morrà. Morrà tutto, qualcosaltro, la vita fisica finisce, l‟anima muore, il soffio divino non c‟è più.. cosa rimane. L‟altra domanda, Lazzaro riappare però, è morto,è nella tomba..

Risposta.

Cominciamo dall‟ultima che è la più imbarazzante. Prendiamo Gv. 12,1-3 ”Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò in Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva resuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena. Marta serviva e Lazzaro – letteralmente – era con lui (seduto con lui). Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù” – e Giuda che protesta.

Abbiamo una cena che è la sostituzione del banchetto funebre. In Israele, una settimana dopo il decesso, si faceva un banchetto funebre, dove si lasciava un posto simbolico riservato al morto. La comunità cristiana si riunisce per la celebrazione dell‟eucaristia.

Ogni volta che nel vangelo c‟è il termine cena è sempre in relazione all‟eucaristia. La comunità celebra l‟eucaristia e qui abbiamo tutta una serie di personaggi, ognuno dei quali compie una azione. Vediamo questi personaggi.

Marta serve, poi c‟è pure Maria, che unge, c‟è,Giuda che protesta, Gesù che è l‟ospite e quindi è colui che parla, l‟unico che non fa assolutamente niente è Lazzaro. Questo è strano. C‟è questa cena e ognuno dei personaggi presenti in questa cena compie una azione o si fa fare un‟azione.

L‟unico che non fa niente è Lazzaro che viene descritto, il termine che adopera l‟evangelista è “era sdraiato con lui”. Come fa a stare sdraiato con Gesù? Questa è una indicazione importantissima, preziosa anche per l‟eucaristia che fra poco celebreremo.

Nella celebrazione eucaristica, e di questo si tratta, la persona che ha superato la soglia della morte è presente, e non si prega per lui, ma con lui si ringrazia per il dono della vita. Non si celebra la messa per i defunti, ma si celebra con i defunti, per ringraziare loro della presenza della vita.

L‟evangelista presenta la cena eucaristica, dove la presenza di Gesù comporta la presenza di Lazzaro. Siccome Lazzaro è nella pienezza di vita, Gesù è pienezza di vita, la presenza di Gesù comporta quella di Lazzaro e anche quella di tutti i nostri cari.

Tra poco quando celebreremo l‟eucaristia, la chiesa sarà affollatissima perché non ci saremo soltanto noi, ma ci crediamo. ci sono tutte le nostre persone care, per le quali non preghiamo, ma con le quali ringraziamo il Signore per la vita di una pienezza.

E mi chiedi, giustamente, ma che tipo di vita. Noi abbiamo difficoltà perché almeno nei nostri catechismi siamo cresciuti con l‟idea, vi ricordate, l‟anima? L‟anima è un concetto inesistente nel mondo ebraico. L‟anima è un concetto della filosofia greca che poi si infiltrò nel cristianesimo.

C‟è uno dei primi padri della chiesa Giustino, che dice: “Quando incontri qualcuno, come fai per sapere se è cristiano o pagano? Chiedigli: “Tu cosa credi, nell‟immortalità dell‟anima o nella resurrezione dei morti? Se ti risponde immortalità dell‟anima, non è cristiano.

Quindi l‟anima non era un concetto ebraico, non era un concetto cristiano e non c‟è l‟idea di una immortalità dell‟anima. Qual era l‟idea greca filosofica dell‟immortalità dell‟anima? L‟anima stava nei cieli, si incarnava mal volentieri in un corpo che vedeva come una prigione, non vedeva l‟ora di tornare nei cieli. Questo anche a discredito della vita fisica.

Questo è assente nel messaggio di Gesù. Nel mondo ebraico c‟è l‟individuo che è composto da una parte biologica, dalla ciccia tanto per intenderci, ma noi non siamo soltanto questa parte, c‟è la persona, l‟individuo.

Io certo, mi esprimi con queste braccia, ma se malauguratamente non dovessi aver le braccia, sarò menomato fisicamente, ma Alberto non è menomato. Nel concetto ebraico c‟è l‟individuo che è composto da una parte biologica e questa termina, ma l‟individuo continua la sua esistenza. E questo continua a vivere.

Domanda. Rispetto alla pienezza della vita, che è un concetto di pienezza, la vita terrena perché è importante. Voglio dire perché è così importante la vita sulla terra? Se poi la pienezza la si acquisisce..

Risposta. La pienezza. Nel mondo ebraico la vita eterna era il premio futuro per il buon comportamento tenuto nel presente. Gesù al contrario ci dice che questa pienezza di vita non c‟è da aspettarla nel futuro ma si può vivere già nel presente. Quando si vive donandosi per gli altri,amando gli altri, e naturalmente ricevendo, questa è la pienezza di vita.

Adesso lo dico in maniera scherzosa, ma non aspettatevi quando sarà il momento della morte che cambi qualcosa. Non cambierà mica niente, continueremo la nostra esistenza.

Un giorno, eravamo in giardino con Riccardo e dicevo: “Riccardo non è che siamo morti e non ce ne siamo accorti”. Tra di noi , qui in comunità, grazie al cielo, ci si vuole tanto bene, siamo circondati da tanto affetto! Dico: “Vuoi vedere che siamo morti e non ce ne siamo accorti?”

Con la morte non cambia assolutamente niente. Non c‟è da aspettarsi una pienezza di vita nell‟aldilà, si può già sperimentare nel presente. Ĕ chiaro nel limitatissimo arco della nostra esistenza non riusciamo a tirare fuori tutte quelle energie d‟amore che abbiamo. Quand‟è che si tirano fuori queste energie d‟amore? Quando ci troviamo in una situazione di emergenza.

Prendete un familiare ammalato e dobbiamo assisterlo. Tiriamo fuori da dentro di noi, delle capacità di resistenza, di forza, che non conoscevamo. Le avevamo dentro, c‟è voluta l‟occasione per tirarle fuori. La morte sarà il momento in cui tutte queste energie si riveleranno.

Nel breve arco della nostra esistenza non riusciamo a sviluppare tutta la nostra capacità d‟amore, con la morte tutto questo si libera. Ma la pienezza di vita noi siamo chiamati a viverla già su questa terra.

La valle di lacrime lasciamola per quelli che ci vogliono sguazzare. Questo non toglie che non ci siano difficoltà, sofferenze, momenti tristi in questa esistenza. Avete visto che Gesù lacrima, Gesù non è un alieno, ma c‟è una capacità nuova per vivere e superare.

Domanda. Io volevo soltanto dire: “Sì, questo discorso mi convince, ma se pensiamo a quelli che vivono la realtà della guerra, della fame, della disperazione, potrebbero dire la stessa cosa?”

Risposta. Si, noi, tutti quanti, abbiamo una grandissima responsabilità e conoscere il messaggio di Gesù implica, non soltanto una relazione spirituale, ma anche un atteggiamento politico, sociale e sociologico. L‟accoglienza del messaggio di Gesù non ti porta soltanto a un rapporto particolare richiamo la vita spirituale, ma si vede, si deve vedere, deve emergere anche in una scelta politica.

Quando, in questi ultimi tempi tragici, abbiamo visto gente giustificare la guerra e dichiararsi cristiani, capisci che lì c‟è una schizofrenia completa. Noi siamo seguaci, non dimentichiamolo mai, di uno che è stato condannato a morte – è stata una azione preventiva, perché altrimenti sarebbe stato più pericoloso in seguito – in nome di Dio.

Le massime autorità religiose, civili, lo hanno condannato a morte. I cristiani sono i seguaci di un condannato a morte. Allora bisogna stare sempre dalla parte di chi è condannato e mai di chi condanna. Sempre dalla parte di chi viene ucciso e mai di chi uccide, anche se chi uccide e tutti quelli che uccidono, per garantirsi la protezione, pretendono di farlo in nome di Dio

Quando si sente un criminale come Bush dire che Dio è con lui, capisci che il Dio di Bush è un po‟ differente dal Dio in cui noi crediamo. Forse si chiamava Mammona, la traduzione inglese non deve essergli arrivato, il dio di Bush.

Tutti i potenti pretendono legittimare la loro violenza in nome di Dio. Basta ricordare il famoso cinturone dei nazisti, Dio è con noi. Noi siamo dalla parte di un Dio che è stato crocifisso. Sempre dalla parte di chi è stato condannato e mai di chi condanna. Anche se chi condanna pensa di avere tutte le carte in regola.

Più carte in regola del sommo sacerdote non ce le aveva, condannare Gesù in nome di Dio, come bestemmiatore. La storia ha dimostrato forse qualcosa al contrario.

Domanda. Vorrei sapere che fine fanno il Paradiso, e soprattutto il Purgatorio. E un‟altra cosa ,io rimango io, non voglio perdermi come una goccia in mezzo al mare. Voglio rimanere e riconoscere le altre goccioline insieme a me.

Risposta. Intanto cominciamo da questo. Con la morte non cambia niente, noi rimaniamo noi con le nostre qualità. Non so se vi possa interessare, ma io amo tanto i gatti e le piante. Io posso vivere dovunque, ma devo avere un gatto e una pianta. Nel così detto aldilà se non ho gatti e piante ,io non ci sto.

Guardate, io l‟ho detto scherzando, ma è vero. Tutto quello che nella nostra esistenza è stato oggetto di amore sarà il bagaglio con cui entriamo in una esistenza definitiva. Noi non cambiamo, ma continuiamo la crescita.

La domanda che hai fatto all‟ultimo momento avrai la risposta. Giustamente dice una volta era così facile tutto quanto. Era tutto così giusto. I buoni, pochi in Paradiso; quelli così così, in Purgatorio; i cattivi all‟Inferno.

Bene, quando il Concilio Vaticano ha rinnovato il suo insegnamento in base ai vangeli, il primo a cadere è stato il Limbo. Ĕ stato chiuso d‟ufficio e tutti quei bambini con la valigetta se ne sono andati tutti in Paradiso. Restava l‟Inferno.

E,tante volte noi consigliamo la nuova traduzione del testo del Nuovo Testamento della C.E. I., dove finalmente nell‟ultima revisione, quella del 1997 , è scomparso, salvo una sola volta e non si capisce, il termine Inferno.

Nei vangeli non si parla di Inferno, C‟era quel termine che dicevamo prima, ricordate, l‟ebraico sheol, il greco ha tradotto Ade, il latino ha tradotto con Inferi. Sono la stessa realtà, significa il regno dei morti. In ebraico c‟è questo termine, in greco hanno messo il nome della divinità del regno dei morti, in latino il nome della divinità romana del regno dei morti.

Quando si diceva che Gesù morì e fu sepolto e discese agli Inferi, non era andato all‟Inferno è andato a comunicare la sua vita a quelli che erano morti prima di lui. L‟inferno nasce quindi da questa idea di confusione. Nei vangeli non si parla di Inferno.

C‟è la possibilità della morte seconda. Chi non risponde volontariamente agli innumerevoli stimoli alla vita, che la vita, l‟esistenza ti presenta, quando arriva la morte biologica lì non c‟è niente. C‟è un corpo svuotato, è la morte definitiva.

Quello che una volta si dava come immagine dell‟Inferno, oggi posiamo chiamare morte definitiva. Da parte di Gesù c‟è una proposta di pienezza di vita. Chi l‟accoglie entra nella pienezza di vita, chi sistematicamente la rifiuta entra nella pienezza della morte.

Ma c‟è una frase di Paolo: “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza per mostrare a tutti misericordia”. La chiesa da sempre canonizza le persone, ma non danna nessuno. Non possiamo sapere di nessuno che non sia entrato in questa vita.

C‟è il termine Paradiso. Gesù tutte le volte che ha dovuto parlare di questa realtà, non ha mai adoperato la parola Paradiso. La parola Paradiso viene dal persiano e significa giardino ed era in un mito. Un mito primitivo di questo giardino di delizie.

Gesù parla sempre di una vita che è capace di superare la morte. L’unica volta che Gesù usa il termine Paradiso è nel vangelo di Luca. Ĕ in croce e sta per morire, c’è un bandito presso di lui e non poteva fargli una lezione di catechismo. Dice: “Oggi tu sarai con me in Paradiso”. Gli dice quello che poteva capire.

Quindi c‟è una proposta di pienezza di vita e chi l‟accoglie entra nella vita piena, il rifiuto è la pienezza della morte.

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I BULLI MI DICEVANO: UCCIDITI – Angelo Nocent

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UNA FESSURA DI LUCE: la rivincita di Erika, 16enne vittima dei bulli.

L’inferno inizia in prima elementare. Erika Orrù è solo una bimba, ma i compagni la emarginano, non giocano con lei, la lasciano sola, le tirano i capelli. Le cose peggiorano alle medie e dopo la prima superiore la ragazza si arrende e decide di abbandonare la scuola.

“Mi prendevano in giro, mi dicevano: sei un mostro, ucciditi. Io chiedevo a mia mamma: ‘Cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Sono sempre stata gentile'”.

La storia di Erika, che adesso ha 16 anni, passa per cadute nell’abisso della disperazione prima del riscatto. Un’infanzia e un’adolescenza sull’orlo del precipizio, poi il sogno che si realizza.

Costretta a lasciare la scuola che tanto amava, Erika riversa tutta la rabbia e la frustrazione nei personaggi di un libro. Ha il coraggio di inviare il suo romanzo a una casa editrice che non esita a pubblicarlo. Da ieri E vissero tutti dannatamente infelici è nei cataloghi online e presto arriverà in libreria. Sullo sfondo due ragazze vittime di bullismo: una ce la fa e realizza il suo sogno, l’altra si suicida.

ANNI DIFFICILI – Erika Orrù è una ragazza esile e carina, messa all’angolo da chi non l’ha mai accettata. “Non sono mai riuscita a spiegarmi perché sia successo tutto questo”, prosegue, “forse per via del mio carattere chiuso. Durante tutto il corso di studi sono stata screditata, mi dicevano che ero una fallita. Nessuno per me ha mai fatto niente. Ho raccontato tutto prima ai maestri, poi ai professori, ma dicevano che non era niente e non muovevano un dito. In prima superiore le cose sono precipitate”.

La ragazzina soffre tantissimo, si sente esclusa, ha continui attacchi di panico e non mangia quasi più. “Ero considerata asociale e mi prendevano in giro anche per come mi vestivo. Alla fine non ce l’ho fatta e per non sprofondare nel baratro sono stata costretta a lasciare la scuola. Per me è stata una sofferenza enorme. Amavo studiare, amavo seguire le lezioni. Ma a casa non parlavo nemmeno più, ero dimagrita tantissimo, dovevo fare qualcosa. Non potevo nemmeno azzardarmi a iscrivermi ai social perché non avrei fatto altro che incentivare minacce e soprusi”.

Erika si chiude in casa e inizia a leggere e scrivere. Ha solo un’amica che le resta vicina. Per il resto nessuno ha mai voluto socializzare con lei.

IL RISCATTO – “Quando per esempio vado al supermercato con i miei nonni e vedo gruppi di ragazzi che ridono e scherzano, li invidio. Vorrei essere come loro. Anche io vorrei avere degli amici, vorrei andare al cinema, a mangiare una pizza. Perché io sono una ragazza come tutte le altre”.

Il riscatto di Erika bullizzata e messa all’angolo è arrivato con la scrittura. Adesso il suo volto sorride nella copertina del suo romanzo.

“Nelle mie giornate trascorse in casa sono capitata in una community dove è possibile scrivere e leggere dei testi”, racconta, “così è venuto tutto di getto. Prima ho pensato a un titolo che desse bene l’idea di quello che volevo raccontare, poi ho fatto parlare i miei personaggi”.

Giada e Marika, nel libro, sono prese in giro e sbeffeggiate a scuola. Una si salva, l’altra non regge e si uccide. “Ecco io sono diventata Giada”, aggiunge la ragazza, “è stato difficile ma alla fine ce l’ho fatta e come Giada ho realizzato il mio sogno, anche se sono solo all’inizio”.

IL LIBRO – La telefonata che le cambia la vita arriva in un pomeriggio qualunque, di un giorno qualunque. “Nella community i miei lettori mi avevano incoraggiato a mandare il testo a una casa editrice. Così ho fatto e dopo pochi giorni mi hanno telefonato, dicendomi che l’avrebbero pubblicato.

Non posso descrivere cosa ho provato in quel momento. È stata una gioia immensa. Dopo tanti giorni tristi, dopo tante batoste, potevo dire che ce l’avevo fatta”.

Nel salotto della casa della nonna, nel litorale quartese, Erika adesso sorride: «Il mio sogno è diventare una scrittrice, sto già lavorando a un altro libro. E poi spero di non sentirmi più sola e di poter condividere le miei gioie e anche le mie cadute con quegli amici che mi sono sempre mancati”.

Di Giorgia Daga – Da L’UNIONE SARDA.

DANIELE GIANOTTI E’ CONSACRATO VESCOVO – Angelo Nocent

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LITANIE DEI SANTI E DEI TESTIMONI

Kýrie, eléison
Christe eléison
Kýrie, eléison

Dio Padre, nostro creatore abbi pietà di noi
Dio Figlio, nostro redentore abbi pietà di noi
Dio Spirito, nostro santificatore abbi pietà di noi
Santa Trinità, unico Dio e Signore abbi pietà di noi

  1. Gabriele, angelo degli annunci di Dio: prega per noi!
  2. Raffaele, angelo delle guarigioni di Dio: prega per noi!
  3. Michele, angelo delle lotte per Dio: prega per noi!
  4. Abramo, nostro padre nella fede: prega per noi.
  5. Sara, feconda nel sorriso: prega per noi.
  6. Padri e madri d’Israele, portatori della promessa: pregate per noi.
  7. Voi tutti profeti annunciatori del Messia: pregate per noi.
  8. Elia, fedele servo della parola profetica: prega per noi.
  9. Mosè, amico di Dio e grande intercessore: prega per noi.
  10. Giuseppe, uomo giusto sposo di Maria: prega per noi.
  11. Maria Vergine e Madre del Signore: prega per noi.
  12. Giovanni Battista, l’amico dello Sposo: prega per noi.
  13. Pietro, roccia della Chiesa di Cristo: prega per noi.
  14. Giovanni, discepolo amato dal Signore: prega per noi!
  15. Paolo, libero prigioniero dell’amore di Cristo: prega per noi.
  16. Santi apostoli che avete udito, visto e toccato il Verbo   pregate per noi.
  17. Santi evangelisti, che avete custodito l’evangelo: pregate per noi.
  18. Voi donne che avete seguito Gesù fino alla morte pregate per noi.
  19. Stefano, primo martire cristiano: prega per noi.
  20. Lorenzo, diacono perfetto nel martirio: prega per noi.
  21. Agnese, martire costante nella fede e nella purezza  prega per noi.
  22. Basilio, padre della chiesa e della vita cenobitica prega per noi!
  23. Giovanni Crisostomo, bocca prestata all’evangelo prega per noi!
  24. Martino, vescovo e amante dei poveri: prega per noi.
  25. Ambrogio, padre sapiente della Chiesa Ambrosiana prega per noi.
  26. Agostino, cantore della sete di Dio: prega per noi.
  27. Cirillo e Metodio, voce e scrittura di Cristo tra gli slavi pregate per noi!
  28. Benedetto, padre dell’umano e del divino servizio prega per noi.
  29. Francesco, povero di Cristo in perfetta letizia: prega per noi.
  30. Chiara, testimone della povertà evangelica: prega per noi.
  31. Teresina, missionaria nel cuore della chiesa: prega per noi.
  32. Carlo Borromeo, padre vigilante ed esempio di carità prega per noi.
  33. Ildefonso Schuster, pastore della chiesa ambrosiana prega per noi.
  34. Carlo de Foucauld, piccolo fratello di Gesù nel deserto prega per noi.
  35. Massimiliano Kolbe, olocausto per la vita dei fratelli prega per noi.
  36. Edith Stein, martire ebrea e monaca per il Signore: prega per noi.
  37. Dietrich Bonhoeffer, pastore martire per la giustizia: prega per noi.
  38. Oscar Romero, vescovo martire per i poveri: prega per noi.
  39. Madre Teresa, donna di amore e testimone di carità prega per noi.
  40. Dag Hammarskjold, uomo di solitudine e di comunione prega per noi.
  41. Athenagoras, uomo di passione per l’unità delle chiese prega per noi.
  42. Giovanni, papa e profeta per la chiesa e per il mondo  prega per noi.
  43. Madri sante che avete generato figli per il Signore: pregate per noi.
  44. Padri santi che avete conservato la fede fino alla fine pregate per noi.
  45. Piccoli e poveri che avete sperato solo nel Signore  pregate per noi.

  1. Dio Padre, nostro creatore Abbi pietà di noi
  2. Dio Figlio, nostro redentore Abbi pietà di noi
  3. Dio Spirito, nostro santificatore Abbi pietà di noi
  4. Santa Maria, prega per noi
  5. Tu che accogliesti con prontezza la Parola intercedi per noi
  6. Madre di Cristo e della Chiesa loda il Signore con noi
  7. San Giuseppe prega per noi
  8. Tu che custodisti il Figlio dell’Altissimo intercedi per noi
  9. Uomo giusto e discreto loda il Signore con noi
  10. San Giovanni Battista prega per noi
  11. Tu che additasti l’Agnello di Dio intercedi per noi
  12. Precursore della sua passione loda il Signore con noi
  13. Santi Apostoli del Signore pregate per noi
  14. Voi che lasciaste tutto per seguire il Maestro intercedete per noi
  15. Testimoni del Risorto lodate il Signore con noi
  16. Sant’Alessandro prega per noi
  17. Tu che fosti fedele fino al martirio intercedi per noi
  18. Atleta forte nella fede loda il Signore con noi
  19. San Vincenzo prega per noi
  20. Tu che fosti vincitore in mezzo ai tormenti intercedi per noi
  21. Ardente nella carità loda il Signore con noi
  22. Santi Fermo e Rustico pregate per noi
  23. Voi che foste vittoriosi nella lotta intercedete per noi
  24. Discepoli della Croce lodate il Signore con noi
  25. Santi Naziario e Celso pregate per noi
  26. Voi che diffondeste nella nostra terra il Vangelo intercedete per noi
  27. Nostri Santi Patroni della Chiesa che è in Monte Cremasco intercedete per noi
  28. Amici presso Dio lodate il Signore con noi
  29. Sant’Ambrogio prega per noi
  30. Tu che fosti esempio di apostolica fortezza intercedi per noi
  31. Pastore sapiente loda il Signore con noi
  32. San Carlo Borromeo prega per noi
  33. Tu che attuasti une vera riforma dei credenti intercedi per noi
  34. Maestro infaticabile intercedi per noi
  35. San Gregorio Barbarigo prega per noi
  36. Tu che imitasti Cristo buon Pastore intercedi per noi
  37. Padre nella Fede loda il Signore con noi
  38. Santi Alberto e Vito pregate per noi
  39. Voi che foste modelli di perfezione evangelica intercedete per noi
  40. Monaci fedeli lodate il Signore con noi
  41. San Bernardino da Siena prega per noi
  42. Tu che facesti amare il nome di Gesù intercedi per noi
  43. Predicatore ardente di zelo loda il Signore con noi
  44. San Girolamo Emiliani prega per noi
  45. Tu che fosti sostegno e padre degli orfani intercedi per noi
  46. Instancabile nell’amore loda il Signore con noi
  47. Santa Grata prega per noi
  48. Tu che diffondesti il buon profumo di Cristo intercedi per noi
  49. Matrona saggia e virtuosa loda il Signore con noi
  50. Santa Bartolomea e Vicenza prega per noi
  51. Voi che amaste Cristo con cuore indiviso intercedi per noi
  52. Vergini gioiose e prudenti loda il Signore con noi
  53. Santa Maddalena di Canossa prega per noi
  54. Tu che scegliesti di servire Cristo nei fratelli intercedi per noi
  55. Vera serva dei poveri loda il Signore con noi
  56. Santa Teresa Eustochio Verzeri prega per noi
  57. Tu che hai partecipato alle sofferenze di Cristo intercedi per noi
  58. Forte nella prova loda il Signore con noi
  59. Santa Paola Elisabetta Cerioli prega per noi
  60. Tu che amasti senza limiti i poveri e i fanciulli intercedi per noi
  61. Modello di accoglienza loda il Signore con noi
  62. Santa Gianna Beretta Molla prega per noi
  63. Tu che ti sei donata in favore della vita, intercedi per noi
  64. Vergine saggia e forte loda il Signore con noi
  65. San Giovanni XXIII, papa prega per noi
  66. Tu che rivelasti il volto paterno di Dio intercedi per noi
  67. Obbediente allo Spirito loda il Signore con noi
  68. Beato Guala prega per noi
  69. Tu che cercasti il regno di Dio
  70. e la sua giustizia intercedi per noi
  71. Operatore di riconciliazione loda il Signore con noi
  72. Beato Innocenzo da Berzo prega per noi
  73. Tu che cercasti con cuore sincero
  74. la verità umiltà intercedi per noi
  75. Servitore di tutti loda il Signore con noi
  76. Beato Luigi Palazzolo prega per noi
  77. Tu che ardesti d’amore per il Cristo crocifisso intercedi per noi
  78. Servo degli ultimi loda il Signore con noi
  79. Beato Francesco Spinelli prega per noi
  80. Tu che hai attinto forza
  81. dal sacrificio eucaristico intercedi per noi
  82. Generoso verso i poveri e i sofferenti loda il Signore con noi
  83. Beato Alberto da Villa d’Ogna prega per noi
  84. Tu che rendesti sempre bene per male intercedi per noi
  85. Pellegrino della carità loda il Signore con noi
  86. Beata Geltrude Comensoli prega per noi
  87. Tu che fosti attratta da Gesù nell’Eucaristia intercedi per noi
  88. Adoratrice incessante loda il Signore con noi
  89. Beata Caterina Cittadini prega per noi
  90. Tu che ti dedicasti instancabilmente
  91. all’educazione della gioventù intercedi per noi
  92. Discepola fedele loda il Signore con noi
  93. Beato Fra Tommaso da Olera prega per noi
  94. Tu che hai vissuto la divina misericordia intercedi per noi
  95. Mistico del cuore di Gesù loda il Signore con noi
  96. Beato Bartolomeo Dalmasone prega per noi
  97. Tu che hai servito sorella povertà intercedi per noi
  98. Martire della carità loda il Signore con noi
  99. Beato don Luca Passi prega per noi
  100. Tu che ardevi per accendere l’amore intercedi per noi
  101. Missionario apostolico loda il Signore con noi
  102. Santi e Sante di Dio pregate per noi
  103. Voi tutti testimoni fedeli del Vangelo intercedete per noi
  104. Cittadini della Gerusalemme nuova lodate il Signore con noi

Don Daniele Gianotti, la prima messa da vescovo eletto di Crema

http://www.reggionline.com/don-daniele-gianotti-la-prima-messa-da-vescovo-eletto-di-crema/

TI DIRO’ PAROLE D’AMORE, PARLERO’ AL TUO CUORE – Angelo Nocent


Un giorno, io, il Signore, la riconquisterò. La porterò nel deserto e le dirò parole d’amore. Le restituirò le vigne che aveva e trasformerò la valle di Acor in una porta di speranza. Lì, mi risponderà come al tempo della sua giovinezza quando uscì dall’Egitto.

Israele, ti farò mia sposa,
e io sarò giusto e fedele.
Ti dimostrerò il mio amore
e la mia tenerezza.
Sarai mia per sempre.
22Manterrò la mia promessa
e ti farò mia sposa.
Così tu saprai che io sono il Signore ( Osea 2, 16 – 22).

Se la cenere purifica… quanto più il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza dalle opere morte (Eb 9,13-14).

Prima di presentarsi in pubblico per parlare ed agire, Gesù è sottoposto ad una prova o tentazione. Nel deserto egli ripete l’esperienza che fu già del suo popolo. I quaranta giorni di permanenza sono un chiaro richiamo al tempo dell’Esodo, allorché il popolo peregrinò per quarant’anni nel deserto, sottoposto a continue prove. Il numero quaranta è una cifra tonda che ritorna più volte nella Scrittura (diluvio, Mosè, Elia, Giona).

Al di là del suo valore aritmetico, esso designa un periodo che è altresì un’opportunità. Nella sottile precisione della lingua greca, questo tempo, più che un kronos (successione di attimi tutti uguali), è un kairos (occasione preziosa, tempo di rivelazione e di grazia). Gesù anche in questo si allinea al suo popolo, ripetendo l’esperienza del deserto.

Accanto all’analogia, c’è da registrare la sostanziale differenza tra le due esperienze, tragicamente negativa quella del popolo, trionfalmente positiva quella di Gesù. La parola tentazione evoca in noi l’immagine di fragilità, fallimento, cedimento, perché tale è, in tanti casi, la nostra esperienza. Davanti ad una sollecitazione negativa, la volontà non sempre reagisce secondo la luce dell’intelligenza e il dettato della coscienza. Così la tentazione diventa sinonimo di pigrizia mentale e di povertà interiore.

Ognuno di noi ricorda anche casi in cui abbiamo reagito positivamente, incanalando istinti e passioni nell’alveo della ragionevolezza e del lecito.La tentazione è diventata un test positivo che ha favorito uno scatto di maturità e ci ha fatto salire un gradino sulla scala della crescita. Non è quindi del tutto vero che tentazione e fallimento si richiamino automaticamente. Vogliamo sostenere il valore positivo della tentazione, anzi, la necessità che sia presente nella nostra vita, perché può aiutarci a diventare sempre più uomini, sempre più cristiani.

Ci fa da guida e da Maestro il Signore Gesù. Attraverso un racconto che può venire solo da Gesù (non diamo credito agli autori che parlano di «drammatizzazione» a opera dell’evangelista), possediamo un prezioso documento che rivela l’identità del Protagonista.

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 11 e 15.

 

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Non metterai alla prova il Signore Dio tuo… A lui solo renderai culto (cf Mt 4,1-11).

Le prove o tentazioni sono tre. Non è qui il caso di invocare il principio latino Omne trinum est perfectum (Tutto ciò che è trino è perfetto), quanto piuttosto di notare che sono toccati tre grandi ambiti nei quali l’uomo è sollecitato a sganciarsi da Dio e a costruire in proprio la sua esistenza. Nella sostanza la tentazione è unica: cercare se stessi e il proprio tornaconto indipendentemente da Dio o, peggio ancora, utilizzandolo in modo strumentale, come sarà nel caso delle citazioni bibliche di Satana. È la fotocopia della proto-tentazione, la madre di tutte le tentazioni, quella che abbaglia la prima coppia nel giardino di Eden con la lusinga: «Sarete come dèi» (Gn 3,5).

È l’uomo che pensa di gareggiare con Dio e di sostituirsi a lui, vedendolo un rivale anziché un Padre buono. Gesù è sollecitato a percorrere l’itinerario di ogni uomo. La tentazione parte sempre dal positivo, ammantata di bene, sciorinando un luccichio invitante che la rende carica di fascino. Il tentatore dice quello che solo per soprannaturale conoscenza può sapere e che non appare all’esterno. 15 Lo dice in modo provocatorio e sottilmente dubitativo: «Fai vedere che sei veramente il Figlio di Dio compiendo un miracolo».

La risposta giunge prontamente, adducendo la Parola divina. Il passo citato da Gesù, tratto da Dt 8,3, mostra che l’attenzione primaria deve essere riservata a Dio, a quello che lui dice e a quello che lui vuole. L’uomo non deve agire per semplice istintività o solo per rispondere a bisogni primari, come quello della fame. L’uomo vive sempre all’ombra di Dio, anche quando svolge azioni puramente naturali. Il richiamo di Gesù trova applicazione in tante persone che vivono sempre alla presenza di Dio, qualunque cosa facciano e dovunque si trovino.

Con la seconda tentazione cambia lo scenario. All’aridità del deserto subentra lo splendore della città santa. A Gesù è richiesta nuovamente una documentazione della sua vera identità. Il tentatore, considerato che Gesù aveva risposto con una citazione biblica, fa uso pure lui di tale Parola, e rammenta un passo del Salmo 90 in cui Dio promette assistenza ai suoi eletti, inviando loro degli angeli in caso di bisogno.

La risposta non si fa attendere. Sempre sulla linea delle citazioni bibliche, Gesù ricorda il testo di Dt 6,16 in cui si chiede di non mettere alla prova Dio. Il rapporto con lui si fonda sull’amore, sul sincero affidamento alla sua bontà, e non su prove che, se forse tranquillizzano l’intelligenza, sicuramente destabilizzano il rapporto. Nella terza tentazione il testo parla di «un monte altissimo» senza precisazioni geografiche. L’individuazione risponde al bisogno di concretezza, ma non coglie il cuore del messaggio e rimane, tutto sommato, abbastanza superflua. Nell’ultimo tentativo, satana rivela tutto il suo antagonismo con Dio, di cui si proclama il rivale. Ora è gettata la maschera ed è chiaro che la sua richiesta mira a possedere il cuore dell’uomo. Satana dà per avere. Il suo non è un dono gratuito, né disinteressato; egli intende far da padrone nella vita delle persone. L’abnormità della richiesta è sottolineata dalla risposta di Gesù, con un imperioso: «Vattene, satana!». È ancora la parola di Dio, «A lui solo renderai culto» (Dt 6,13), ad essere citata, richiamando la professione di fede del pio ebreo che ha Dio come unico e incontrastato Signore. Gesù ribadisce non solo il primato di Dio, ma anche la sua unicità.

Il versetto conclusivo celebra il trionfo di Gesù, l’allontanamento di satana e la presenza degli angeli; il loro servizio è un segno di riconoscimento della divinità di Gesù. Egli ha dimostrato di essere effettivamente il Figlio di Dio non con i segni portentosi che avrebbero colpito l’immaginazione e suscitato uno stupore momentaneo, ma con la totale obbedienza al Padre, dichiarandolo l’unica ragione della sua vita e il punto incondizionato di riferimento.

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 16 ss.17 4

1-1-Aggiornato di recente998

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Il nostro progresso si compie attraverso la tentazione (sant’Agostino).

All’interno del mondo creato, solo l’uomo può essere tentato. Possiamo quindi dire che la tentazione gli va riconosciuta come privilegio: un privilegio ben poco invidiabile, se la tentazione porta ad un’opposizione a Dio, ad una costruzione in proprio dell’esistenza. Tale, purtroppo, è spesso la nostra esperienza umana, cosicché finiamo facilmente per sovrapporre tentazione e tradimento, tentazione e peccato.

Il brano evangelico delle tentazioni di Gesù ha mostrato la faccia positiva della tentazione, quella che offre l’opportunità di dichiarare e manifestare il proprio amore, quella che diventa un atto di coraggio, di fiera proclamazione della scelta unica e incondizionata per Dio. La tentazione ha rivelato l’identità di Gesù, mostrandolo come l’Uomo Nuovo che inverte la tendenza della prima coppia, come l’Ebreo che inaugura il nuovo popolo di Dio, quello dei vittoriosi.

Grazie a Gesù, il deserto torna ad essere il luogo dell’intimità tra Dio e il suo popolo, espressione di un amore incandescente, come suggerito dal profeta Osea: «La 18 attirerò a me [è la donna, “sedotta”, personificazione del popolo], la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). La tentazione è utile, anzi, necessaria. Essa è parte di quella lotta che l’uomo ingaggia ogni giorno con se stesso e con il mondo che lo circonda. Lo ricorda la Sapienza antica: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione» (Sir 2,1-2).

Adamo non ha superato la prova. Il popolo di Dio, nel deserto, non ha fatto meglio. Con Gesù, il popolo, tutta l’umanità, ritorna sotto la signoria della parola di Dio. Non possiamo illuderci di sottrarci alla prova, ma dobbiamo sperare di riuscire vincitori. Lo saremo sicuramente se uniti con Cristo, come afferma sant’Agostino: «La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere… Cristo ci ha trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da satana… Se siamo tentati in Cristo, sarà proprio in Cristo che vinceremo».

Mauro Orsatti, Solo l’amore basta, pp. 19 ss.

[Tratto da “40 passi verso la Pasqua”, Editrice Ancora]